Algoritmo Fisco errato che fa pagare più tasse, quando accade e come fare

Pubblicato il 19 Novembre 2019 alle 13:00 Autore: Claudio Garau
Algoritmo Fisco errato che fa pagare più tasse, quando accade e come fare

La scienza aiuta o dovrebbe aiutare il Fisco, ovvero l’Agenzia delle Entrate, a stanare i “furbetti” che evadono sistematicamente le tasse. Esiste infatti un apposito algoritmo Fisco, creato per supportare i funzionari dell’ufficio delle imposte, per ciò che attiene alle attività di lotta a coloro che non sono in regola con il pagamento dei tributi. Ma secondo qualcuno di autorevole, questo algoritmo Fisco è sbagliato. Ecco di seguito perché e come comportarsi di conseguenza.

Se ti interessa saperne di più su come funziona in Italia la tassazione del trading online, clicca qui.

Algoritmo Fisco: che cos’è e la denuncia dell’errore

Sicuramente in tanti non avevano mai sentito parlare di tale algoritmo Fisco, eppure esiste: è stato inventato dalla società pubblica Sose (Soluzioni per il Sistema Economico Spa) con sede a Roma. L’algoritmo in questione, in estrema sintesi, altro non è che una sequenza di istruzioni o procedura, finalizzata a risolvere un problema o raggiungere un determinato obiettivo. In questo specifico caso la finalità è un più efficace contrasto all’evasione fiscale.

Si potrebbe pensare che essendo uno strumento di tipo scientifico, questo sia praticamente esente da ogni tipo di imperfezione o errore. Ma c’è chi non la pensa così, e non si tratta di qualche associazione di difesa dei consumatori, bensì della figura istituzionale rappresentata dal Garante del contribuente della Regione Lombardia. Insomma, secondo la sua tesi, tale algoritmo Fisco è sbagliato e tale errore intrinseco – un vero e proprio sbaglio nell’articolazione delle operazioni e dei calcoli che lo compongono – comporta che il contribuente (pur in regola con il pagamento delle tasse) si trova nell’alto rischio di pagare di più e per un ammontare comunque non dovuto. Tale fonte ufficiale, cui pertanto va riconosciuta credibilità ed imparzialità, denuncia inoltre che questo algoritmo sbagliato viene anche utilizzato di nascosto, senza che il contribuente sappia che esiste e che funziona (non perfettamente).

Come funziona questo algoritmo?

L’algoritmo in oggetto si chiama Isa, ovvero Indice Sintetico di Affidabilità del contribuente. Ma come funziona? In sintesi, è attivato da un software informatico che incrocia i dati dei contribuenti, persone fisiche e società, al fine di capire se è necessario avviare un accertamento fiscale. I dati presi in considerazione da Isa sono i noti studi di settore e i redditi dichiarati dai contribuenti negli ultimi 8 anni.

In altre parole, tale strumento effettua una misurazione della regolarità della gestione professionale o aziendale di persone fisiche ed imprese sparse sul territorio italiano. Tale misurazione segue un metodo statistico-economico di trattamenti dei dati relativi a più periodi di imposta, al fine di ottenere una sintesi di valori, che misuri con efficacia l'”onestà” di un contribuente. Anzi secondo l’Agenzia delle Entrate, avere una valutazione positiva da parte di Isa, consente al cittadino o impresa di avere significativi bonus premiali.

Trattandosi di un sistema di calcolo, tale algoritmo Fisco produce dei risultati numerici ovvero dei punteggi, per ciascun contribuente, che vanno da 0 a 10: fino a 5, il controllo dell’Agenzia delle Entrate è praticamente certo; da 6 a 7 il controllo è eventuale; da 8 a 10, il contribuente non riceverà alcun controllo fiscale, perché, usando le parole dell’Agenzia delle Entrate, appare “congruo e coerente” rispetto ai propri obblighi fiscali.

Perché è sbagliato? come comportarsi?

Ebbene, come accennato, tale algoritmo Fisco sarebbe sbagliato e porterebbe a maggiori spese fiscali, ma non dovute. Ciò perché non terrebbe conto degli eventi improvvisi e non evitabili, che portano a dichiarare redditi molto inferiori, da un anno all’altro (ad esempio per problemi di salute o per una crisi d’impresa). Insomma: Isa non tiene conto delle ragioni pratiche delle forti differenze di valore e fa scattare il controllo anche quando non dovrebbe, ovvero ravvisa una mancanza di “coerenza” in chi invece ha sempre rispettato gli obblighi verso il Fisco. Invece – paradossalmente – il professionista o la società che è riuscita ad evadere le tasse, facendo del “nero” senza essere individuata, si trova ad avere una valutazione positiva o di congruità da parte di tale algoritmo.

Se ti interessa saperne di più sui pagamenti tracciabili e come il Fisco controlla i movimenti, clicca qui.

Insomma, pare proprio che l’algoritmo sia stato costruito in modo incompleto, senza tenere conto di tutte le possibili variabili in gioco. A questo punto legittimamente ci si domanda: come può comportarsi il contribuente? Ebbene, esiste una modulistica che consentirebbe di esporre le ragioni delle differenze di reddito rilevate tra un periodo d’imposta e l’altro, ma – secondo il citato Garante – tale modulistica non offre spazio sufficiente per esporre compiutamente i motivi delle differenze, con il rischio concreto di passare per “evasori” quando di fatto non lo si è.

Concludendo, secondo il Garante del contribuente, con tale algoritmo fisco errato è in qualche modo messo a rischio il rapporto di fiducia tra contribuente e Agenzia delle Entrate, sancito dallo Statuto del Contribuente. Inoltre tale strumento non è stato mai spiegato alla cittadinanza italiana, che in grandissima parte infatti ne ignora anche l’esistenza. Per riequilibrare questo rapporto tra Stato e cittadino, sarebbe quindi auspicabile una sostanziale correzione dell’algoritmo, ma al momento non si sa se, e quando essa verrà fatta.

Hai suggerimenti o correzioni da proporre?
Scrivici a
[email protected]

L'autore: Claudio Garau

Laureato in Legge presso l'Università degli Studi di Genova e con un background nel settore legale di vari enti e realtà locali. Ha altresì conseguito la qualifica di conciliatore civile. Esperto di tematiche giuridiche legate all'attualità, cura l'area Diritto per Termometro Politico.
    Tutti gli articoli di Claudio Garau →