TP intervista l’economista ed eurodeputato Antonio Rinaldi (Lega)

Pubblicato il 23 Aprile 2020 alle 11:22 Autore: Alessandro Faggiano

TP intervista l’economista ed eurodeputato Antonio Rinaldi (Lega). Si parla di Europa economia e finanza. Che strumenti per uscire dalla crisi?

Intervista TP Antonio Rinaldi
TP intervista l’economista ed eurodeputato Antonio Rinaldi (Lega)

Termometro Politico prosegue con un ciclo di interviste esclusive a esponenti di alto profilo delle principali forze politiche del Paese. Oggi abbiamo conversato con l’eurodeputato della Lega Antonio Rinaldi, professore e noto economista, abituale frequentatore dei principali salotti televisivi italiani. Rinaldi è una delle personalità più in vista del primo partito d’opposizione d’Italia. Abbiamo parlato di Europa e delle ricette economiche per poter uscire dalla crisi.

Termometro Politico intervista l’economista Antonio Rinaldi, eurodeputato della Lega

TP: Onorevole Rinaldi vorrei cominciare proprio dalle discussioni in seno al Parlamento Europeo e sul peso specifico che ha in questo momento nella risoluzione della crisi.

Rinaldi: Purtroppo il Parlamento Europeo ha, a livello istituzionale, pochissimi poteri e anzi, proprio ieri in riunione in commissione con l’audizione del presidente Mario Centeno gli è stata rivolta la domanda: in tutto questo processo, che ruolo volete dare al Parlamento? Perché per ora è davvero marginale, non c’è nessun tipo di impegno rafforzato da parte del Parlamento che è l’unica istituzione europea eletta a suffragio universale. È un problema estremamente sentito e le Istituzioni europee dovrebbero dare uno spazio sia propositivo che decisionale al Parlamento Europeo.

Si sta aprendo una nuova frattura in seno al Parlamento Europeo? Le chiedo se lei nota maggior fluidità rispetto al passato.

È giusta la definizione, di fluido: lo vediamo anche nei vari parlamenti nazionali, non c’è più quella netta divisione ideologica tra centro, sinistra e destra. Ci sono temi che sono comuni e altri no. Diciamo che non è più politicamente corretto parlare di questa divisione. Su determinate tematiche ci sono delle convergenze e su altre no. Questo fa sì, purtroppo, che sia più difficile creare maggioranze.

La discriminante dell’art. 125 del TFUE

Per lei, da economista, quali sarebbero le priorità per la ripartenza? Volendo intendere sia i mezzi con il quale reperire i fondi, sia il loro utilizzo.

Partiamo dal supposto che il dibattito in Europa riguarda il reperimento delle risorse rispettando le regole europee. Significa che nonostante la pandemia rappresenti un fatto epocale, che ci ha messo di fronte a una realtà tragica come non si vedeva dalla seconda guerra mondiale, purtroppo si è ancora fermi agli schemi previsti dai trattati e i regolamenti attuali che, chiaramente, sono stati scritti e previsti in tempi di pace (mentre questa è una situazione straordinaria assimilabile a quella di guerra). Ci sono dei limiti di emergenzialità che non vanno bene per questo momento particolare. Anche la signora Angela Merkel dichiara tutta la solidarietà possibile ma solo all’interno degli accordi stipulati nei trattati.

Ecco, qui si vede che una solidarietà fiscale è impossibile secondo l’art.125 del TFUE. Quindi, o si cambiano prima i trattati -- ma credo che sia un’operazione estremamente lunga e dove è necessaria l’unanimità di tutti i Paesi -- o si fa un salto di qualità: rischiamo di guarire dalla pandemia (per fortuna) ma di morire d’economia. E poi specifichiamo che questa è una crisi asimmetrica, non simmetrica come vogliono far credere alcuni. Ci sono Paesi che sono stati colpiti molto più duramente di altri.

Allora professor Rinaldi qual è realmente la proposta della Lega, se come afferma il Mes e altri strumenti presenterebbero sempre le condizionalità come descritte dai trattati?

Dalla riunione del 9 aprile sono scaturiti tre strumenti (Mes, BEI, Recovery fund). In particolare, la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) agisce per statuto in co-finanziamento su progetti industriali, ma non può finanziare direttamente gli Stati (come invece vorrebbero far intendere). Bisognerebbe modificare lo Statuto della BEI. Anche il Mes nasce originariamente per sopperire alla necessità di finanziamento degli Stati che non hanno più accesso al mercato, ovvero a condizioni limite, e si è visto con la Grecia. L’Italia, invece, ha ancora un ottimo accesso sui mercati per il collocamento dei propri titoli, anche a tassi buoni. Quindi non si capisce perché attivare un meccanismo che dà delle condizionalità e ribadisco, chi dice che non ve ne siano non conosce i trattati. Sono condizioni contrattuali. Allora anche qui, o si cambiano preventivamente le regole o rimangono quelle le condizioni.

Una proposta migliore per l’Italia sarebbe questa: sciogliamo il Mes e ogni Paese riprende le risorse che ha già apportato (l’Italia ha già versato quattordici miliardi). Per chi ne conosce un minimo di tecnicismi finanziari, sottoscrivere delle obbligazioni senior (come quelle del Mes), ovvero privilegiate, significa di fatto catalogare di serie B gli altri titoli emessi dalla Repubblica Italiana (proprio perché esistono quelle del Mes a garanzia prioritaria). Quindi, quello che dico io e che poi è la posizione ufficiale della Lega, è questa: che la BCE faccia per una volta ciò che fanno tutte le altre banche centrali del mondo. Ovvero, non più operazioni di quantitative easing che vanno sul mercato secondario ma finanziare direttamente sul mercato primario le esigenze finanziarie dei Paesi correlati alla crisi, così come stanno facendo i Paesi non europei. A margine di questa proposta ci possono essere altre iniziative. Io ne ho lanciata una con Dragoni su Milano Finanza: si decide di garantire un aiuto per tutti i Paesi in funzione del Pil. Ogni Paese emette delle obbligazioni a tasso zero e queste vengono acquistate dalle rispettive banche centrali nazionali con il finanziamento della BCE. Dopo di ché, alla scadenza del debito, la BCE non fa altro che cancellare il debito nei confronti delle banche centrali nazionali. Si rispetterebbe così anche il criterio di proporzionalità -- perché chiaramente si agisce in funzione del peso del Pil di ogni Paese -.

Crede che alla fine si arriverà a un accordo soddisfacente? Che sensazioni ha anche in virtù di tutto ciò che ha visto e vissuto al Parlamento Europeo.

Questo è un momento decisivo. Fino ad ora siamo stati abituati agli stress test da parte della BCE ai Paesi europei. Adesso per la prima volta si pone realmente a prova l’Unione Europea e finora, purtroppo, il risultato è tragico. Quella solidarietà su cui si fondava prima la Comunità Economica Europea, poi Maastricht, ora la UE, dov’è? Quindi ora emerge il vero volto che ognuno fa per sé, che non c’è quella solidarietà tanto sbandierata e nel quale tanti cittadini europei avevano tanto sperato e creduto. Quando sarà finita l’emergenza sarà necessario fare una serissima riflessione. Lì saremo disponibilissimi a sederci attorno al tavolo e rivedere le regole.

In effetti osservando i sondaggi che arrivano tanto dall’Italia come da altri Paesi UE, la fiducia nelle istituzioni comunitarie sta calando.

E la colpa è delle Istituzioni europee. Per la prima volta che si chiede un aiuto, lì si tira indietro la mano. E questo finalmente non lo dicono solo coloro i quali siano stati estremamente critici nei confronti dell’Unione Europea. Ci hanno fatto quello che si può definire “un pacco”. Oggi ci si rende che coloro i quali criticavano già prima l’UE avevano ragione. Io piuttosto mi preoccupo per chi continua a difendere a spada tratta questa UE anziché pensare a cercare una configurazione idonea per tutti, che valga per risolvere queste grandi crisi. Quest’ultima crisi, che è molto più dura di quella del 2008, rischia di portare l’Unione al tracollo e sono proprio queste persone -- che insistono nel rispetto delle regole e dei trattati -- a condannare a morte l’Unione Europea.

La riflessione su produzioni e filiere strategiche

Le chiedo un’ultima riflessione: contestualmente alla discussione sul recupero dei fondi per la ripresa e le strategie da adottare, si è tornato a parlare di centralizzazione e decentralizzazione (da un lato) e di nazionalizzazione di settori strategici (dall’altro). Lei che ne pensa?

Quello che è successo negli ultimi 50 anni non ha precedenti. Ci siamo affidati a un sistema che sta mettendo in tragica luce tutti i suoi limiti. Quando si diceva “che bello la delocalizzazione perché così il mercato dà la possibilità di avere le migliori condizioni” ci dimenticavamo che, fatto senza regole, avrebbe creato enormi problematiche. Faccio un esempio molto semplice, quello delle mascherine: un prodotto di bassissimo valore aggiunto. Non ci siamo riusciti perché abbiamo ritenuto fosse più opportuno e conveniente farle all’estero, dimenticando che in momenti di crisi come questa sarebbe stato utilissimo averli in casa (o aver rotto delle filiere produttive che non ci permettono adesso di produrre autonomamente anche beni elementari ed essenziali). Quindi se questa pandemia risveglia un po’ questa riflessione, di fare attenzione, di non spossessarci e farlo anche attraverso l’intervento dello Stato (anche a un costo maggiore ma con maggiori garanzie), allora ben venga, è un ragionamento validissimo e così come si è fatto l’esempio delle mascherine così si può ragionare su tanti altri casi. D’altronde lo Stato serve (anche) a questo, a tutelarci.

Di seguito, la videointervista a Cesare Damiano (PD)

TP intervista: Cesare Damiano (PD), ex ministro del Lavoro (07/04/2020)

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L'autore: Alessandro Faggiano

Caporedattore di Termometro Sportivo e Termometro Quotidiano. Analista politico e politologo. Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli studi di Salerno e con un master in analisi politica conseguito presso l'Universidad Complutense de Madrid (UCM).
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