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pubblicato: lunedì, 7 aprile, 2014

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La BCE comincia a parlare di Quantitative Easing, ma potrebbe non arrivare prima dell’inverno

bce-foto

Come da attese (ma non da speranze) la Banca centrale europea ha deciso nel corso della scorsa settimana di lasciare invariati i tassi di interesse nonostante l’inflazione abbia già deviato (al ribasso) rispetto alle previsioni più pessimistiche della BCE. Il motivo? Una Pasqua “in ritardo”, quindi hotel, trasporti e cibo meno cari per via dell’assenza di un’importante pezzo di domanda rispetto all’anno passato, quando la Pasqua capitò alla fine di marzo.

Per questo motivo Mario Draghi e gli analisti (soprattutto tedeschi) si attendono che l’inflazione di aprile registrerà un’infiammata che riporterà tutto in ordine. Salvo ovviamente nuove sorprese impreviste, per le quali (immaginiamo) si darà la colpa a un’invasione di cavallette.

L’unica novità è che Francoforte ha finalmente parlato di Quantitative Easing: Draghi ha aggiunto che nessuno si oppone a un suo utilizzo, solo che non c’è consenso ad utilizzare l’alleggerimento monetario adesso. È anche uscita una simulazione secondo la quale un QE da mille miliardi potrebbe alzare l’inflazione di uno 0,2-0,8 per cento (ovvero molto poco). Ma tutte queste sono chiacchiere, e lo rimarranno almeno fino a giugno.

L’obiettivo di Draghi è, come sempre, quello di attuare una politica monetaria usando quanto più è possibile le parole, evitando di passare ai fatti (forse perché manca consenso all’interno del consiglio dei governatori?). Il giochino, per ora, ha funzionato almeno sul cambio EURUSD, la cui forza avrebbe rosicchiato un mezzo punto di inflazione rendendo più economiche le importazioni, soprattutto di greggio. L’euro ha mancato, per ora il cambio di decimale e si è riportato nella banda fra 1,33 e 1,38 in cui è rimasto per un lungo periodo di tempo. Resta però il pericolo che riparta, poiché il mercato vorrà ovviamente andare a vedere il bluff di Draghi.

Per tutte queste ragioni si attende una mossa della BCE non prima del meeting di giugno: se hanno ragione gli analisti e l’inflazione ad aprile rialzerà la testa, il QE verrà di nuovo messo nel cassetto in cui stava, per cui bisognerà attendere i dati sull’inflazione di maggio per verificare se siamo di fronte ad un inizio di inversione di tendenza (come tutti, almeno a Francoforte e dintorni, sembrano credere) o se sarà necessario ricominciare a pensare a quel QE per via di nuovi dati deludenti.

Va comunque considerato che questo QE è ancora un esempio di nulla: non si conosce la sua magnitudine, né il modo di operare, né se acquisterà titoli pubblici o titoli privati. Maggiormente probabile il secondo caso, per non far storcere il naso ai tedeschi, ma in quel caso Francoforte preferirà aspettare i risultati dell’Asset Quality Review prima di mettersi a comprare, per cui non si parlerebbe di alleggerimenti monetari prima del prossimo inverno.

A meno che, ovviamente, l’Eurozona non si infilerà nella sua situazione preferita: quella disperata. Allora forse qualcosa si muoverà nella direzione giusta, sempre sperando che non sia già troppo tardi.

Agenda macroeconomica relativamente scarna questa settimana: mercoledì verranno rese note al mercato le minute relative all’ultimo meeting del Comitato di politica monetaria della Federal Reserve. Giovedì verrà pubblicato il dato sulla produzione industriale italiana, attesa in contrazione dei due decimi di punto su base mensile e in rallentamento su base annua, con una crescita dello 0,7 per cento. La Banca centrale europea, poi, pubblicherà il suo bollettino mensile in cui spiegherà più nel dettaglio i motivi delle ultime decisioni in politica monetaria. Negli Stati Uniti le richieste di nuovi sussidi di disoccupazione sono ancora una volta attese intorno alle 320 mila unità.

Venerdì si attende l’inflazione cinese che dovrebbe registrare una decrescita su base mensile e un’accelerazione su base annua: quest’ultimo tasso dovrebbe passare dal 2 al 2,5 per cento. L’inflazione in Germania dovrebbe essere confermata all’uno per cento tendenziale.


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Giò Morra
Giò Morra

Con alleggerimento quantitativo o facilitazione quantitativa si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte della banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico. In caso di ricorso ad alleggerimento quantitativo, la banca centrale acquista, per una predeterminata e annunciata quantità di denaro, attività finanziarie dalle banche del sistema (azioni o titoli, anche tossici), con effetti positivi sulla struttura di bilancio di queste ultime. Convenzionalmente, invece, il controllo della base monetaria avviene con la vendita o acquisto di titoli governativi, in apposite aste. Descrizione[modifica sorgente] La Banca centrale può ricorrere all'alleggerimento quantitativo per il salvataggio di un istituto di credito, per eliminare dal mercato e dai bilanci delle banche "titoli tossici" con elevati gradi di rischio o con bassa remunerazione, per fornire liquidità al sistema quando le banche non si prestano denaro e famiglie e imprese subiscono una stretta creditizia. È da dire che il sistema delle banche è un sottosistema economico, e fornire liquidità alle banche non significa fornirla al sistema economico in generale (imprese, famiglie, ecc.), in quanto le banche potrebbero scegliere di non utilizzare la liquidità ma di depositarla, invece, presso la banca centrale stessa e godere di un tasso di interesse molto poco remunerativo, ma privo di rischi. L'intervento della Banca centrale può essere diretto anche all'acquisto di titoli di stato con l'obiettivo di ridurre i costi di indebitamento dello stato. L'intervento sul mercato dei titoli dovrebbe provocare un rialzo della domanda e quindi un incremento del prezzo, con conseguente riduzione del rendimento.[1] Se il rendimento dei titoli pubblici è agganciato a quello dei tassi d'interesse bancari (come negli USA per i Treasury bond a lunga scadenza), provoca un abbassamento anche di questi ultimi.-) Questa politica monetaria molto pervasiva, e caratterizzata da possibili effetti collaterali (vedasi iperinflazione), è stata utilizzata dalla Bank of Japan (la banca centrale giapponese) per contrastare la deflazione che colpì il paese nipponico a cavallo tra gli anni novanta e gli anni duemila[2]. Il 4 aprile 2013 la Banca del Giappone ha annunciato di voler incrementare il suo programma di acquisto di titoli di 1.4 trillioni di US$ in due anni. La banca spera con ciò di far passare il Paese da una situazione di deflazione ad una d'inflazione, contando di non superare il 2% d'inflazione. L'ammontare degli acquisti è così ampio che ci si attende di dover raddoppiare la fornitura di moneta. [3] Questa politica va sotto il nome di Abenomics, un neologismo composto dal termine inglese economics e dal cognome dell'attuale Primo Ministro giapponese, Shinzō Abe. Negli anni 2000, durante la crisi finanziaria e la successiva crisi economica mondiale, hanno fatto ricorso a tale politica la Federal Reserve, la Bank of England e la Banca Centrale Europea.[2] In particolare sia la banca centrale britannica che la Riserva Federale statunitense iniziarono nel marzo 2009 le rispettive manovre di quantitative easing[2][4][5]. La BCE, invece, al fine di perseguire il suo primario obiettivo statutario (stabilità dei prezzi e tasso di inflazione non superiore al 2%), inizialmente decise di non ricorrere a operazioni di quantitative easing[6][7][8], limitandosi ad acquisti minimi di attività finanziarie (soprattutto bond), sostenuti attraverso aste di liquidità e non attraverso l'emissione di nuova moneta.[9] Tuttavia, dal dicembre 2011, anche la BCE ha iniziato a effettuare operazioni di rifinanziamento a lungo termine, cosiddette "LTRO".http://it.wikipedia.org/wiki/Alleggerimento_quantitativo