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pubblicato: lunedì, 22 settembre, 2014

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Africa: commercio equo e solidale sotto accusa

Verrebbe da dire che non c’è più religione: adesso anche il commercio equo e solidale è finito sotto accusa, colpevole di non rispettare la sua ‘mission’, cioè garantire, a chi acquista prodotti etici, che ai produttori africani siano stati garantiti compensi adeguati, condizioni di lavoro dignitose e tutela del territorio.

Uno studio realizzato in Africa dal Fair Trade Employment and Poverty Reduction, un organismo del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del governo britannico, fa crollare infatti le certezze che un marchio così affidabile offriva agli acquirenti.

La Rivista ‘Africa’ che ha pubblicato un lungo articolo sulle conclusioni di questo studio ne riporta alcuni stralci: “I compensi ricevuti dagli agricoltori che vendono prodotti certificati sono spesso più bassi di coloro che hanno a che fare con le società di Import-Export tradizionali”.

Africa 2

Photo by DFID – UK Department for International Development –  CC BY 2.0

Parole che pesano come macigni e che Christopher Cramer, uno dei curatori del rapporto, docente di economia all’Università di studi orientali e africani di Londra, conferma: “In molti casi siamo giunti alla conclusione che il commercio equo e solidale non si è rivelato un efficace meccanismo per migliorare la qualità della vita dei contadini poveri”.

I ricercatori poi toccano un argomento ancora più sensibile, quello del lavoro minorile: “un numero molto significativo di giovani, bambini in età scolare, è stato costretto ad abbandonare la scuola per lavorare nei campi”.

La rivista ‘Africa’ pubblica anche la reazione a caldo del principale ente certificatore dei prodotti equo e solidali: “Le conclusioni del rapporto sono ingiuste e superficiali” scrive Fairtrade International, “i ricercatori hanno commesso l’errore di confrontare tra loro piantagioni di dimensioni industriali con vivai di dimensioni contenute, gestiti da piccole cooperative di contadini. Di conseguenza i risultati sono distorti e le dichiarazioni rese da alcuni produttori sono state strumentalizzate”. La vicenda resta aperta, ma il fatto che sia stata sollevata risulta già inquietante in sé.

Se anche il commercio equo e solidale è finito sotto accusa, il mercato, quello spietato che tante volte accusiamo, per contrasto, diventa più accettabile.

Immagine in evidenza: photo by DVIDSHUBCC BY 2.0

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1 Commento

  1. Carlo Schiavo ha scritto:

    L’articolo è comparso originariamente su un blog, dove poteva starci che riportasse semplici stralci “di invito” per un pezzo leggibile sulla rivista linkata (“Africa”, di cui qua il link manca).

    Lo stesso notavo come la chiusura fosse del tutto fuori luogo.
     
    Nelle Botteghe del Mondo italiane, quelle per lo meno del Consorzio CTM e quelle di organizzazioni certificate da AGICES (http://equogarantito.org/), in genere si trovano solo prodotti WFTO, che è altra cosa rispetto a FLO (quella dell’etichetta che compare nell’articolo), con altri e diversi criteri.
    Il Commercio Equo non è un marchio, e gli attori in campo sono almeno due (in Europa; negli USA il discorso è ancora più complesso).
    Ammetto che non si tratta di una questione semplice, ma appunto come tale non andrebbe banalizzata.

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