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pubblicato: venerdì, 27 febbraio, 2015

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Proteste Grecia: in piazza contro il governo Tsipras

proteste grecia

In Grecia si sono svolte le prime proteste contro il nuovo piano di riforme concordato dal governo Tsipras con l’Eurogruppo.

Le proteste di Atene

Circa 450 persone, in maggioranza appartenenti al gruppo di estrema sinistra Antarsya (Cooperazione di sinistra anticapitalista), la notte scorsa hanno manifestato per le strade di Atene. Dopo il corteo, rimasto pacifico, alcune decine di attivisti, non più di 50, hanno ingaggiato degli scontri con la polizia, lanciando bombe molotov e dando fuoco a cassonetti e fermate dell’autobus.

Da quando il governo di Alexis Tsipras ha raggiunto un accordo con l’Eurogruppo per la proroga del piano di salvataggio della Grecia, nel paese, soprattutto da sinistra, sta montando una certa insoddisfazione: l’attuale premier in campagna elettorale aveva promesso la fine dell’austerità e la rinegoziazione del debito con i creditori internazionali. Oggi in piazza scenderanno i comunisti del Kke che accusano il premier di essersi piegato alla Troika.

proteste grecia atene

Fine del sogno

Oggi l’accordo sulla proroga di altri 4 mesi del piano di salvataggio della Grecia è stato approvato anche dal Parlamento tedesco. Il Bundestag si espresso in larga maggioranza a favore (542 voti favorevoli, 32 contrari, 13 astensioni).

Syriza ha offerto una speranza agli elettori greci, porre fine a 6 anni di sofferenze. Dopo l’accordo con l’Eurogruppo, la realtà ha preso il sopravvento sulle promesse pre-voto: la Grecia ha sottoscritto un prestito-ponte sottoposto a forti restrizioni, anche se le è stato consentito di “scriverlo a parole sue”.

Tsipras aveva promesso 300mila nuovi posti di lavoro e un aumento sostanzioso del salario minimo (da 585 a 760 euro), ciò che può garantire adesso è solo l’espansione dell’attuale programma di impiego temporaneo per i disoccupati e un progetto di rialzo del salario minimo nel tempo. Il premier greco si è comunque impegnato ad aiutare i suoi cittadini più in difficoltà ma senza pesare sui conti pubblici, dunque, non investirà in tal senso se prima non taglierà i fondi ad altre voci di spesa.


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