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pubblicato: giovedì, 26 marzo, 2015

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Solo il 20% degli italiani disposti a difendere il proprio Paese in guerra

L’istituto di ricerca spagnolo DYM ha realizzato una serie di ricerche e sondaggi d’opinione in tutto il mondo, intervistando più di 60 mila persone in 65 Paesi, e tra i quesiti vi era quello che riguardava la possibilità di dover prendere le armi e scendere in guerra per difendere il proprio Paese.

I risultati sono stati estremamente variegati, ma non casuali.

Vi è un netta divisione tra Paesi occidentali e ad alto reddito e Paesi in via sviluppo, e in particolare la disponibilità a una guerra è minima in Europa Occidentale e in Giappone, soprattutto nei Paesi più colpiti nella Seconda Guerra Mondiale, di cui è rimasta una narrazione che ha creato strutturalmente delle generazioni radicalmente pacifiste.

Sarebbero disponibili a combattere solo l‘11% dei giapponesi, il 15% degli olandesi, il 18% dei tedeschi, il 19% dei belgi, il 20% degli italiani. Solo leggermente più alte, al 27% e al 29%, le percentuali in Francia e Inghilterra.

Se non sorprende il dato russo, 59%, polacco, 47%, greco, 54%, o addirittura bosniaco e del Kosovo, 55% e 58%, Paesi con un importante componente nazionalista, risultano piuttosto singolari i dati di alcuni Paesi scandinavi, come la Svezia e la Finlandia, dove ben rispettivamente il 55% e il 74% sarebbero disponibili a una guerra.

Al di fuori dell’Europa, se il Canada e l’Australia dimostrano di essere in linea con una cultura anglosassone e solo il 30% e il 29%, come in Inghilterra, rispondono positivamente, in USA già si sale al 44%,  ma è nei Paesi musulmani che vi è più disponibilità a una guerra per autodifesa: il 73% dei turchi, il 76% degli afghani, l’85% degli azeri, il 89% dei pakistani, l’86% dei bengalesi, addirittura il 94% dei marocchini.

In generale infatti DYM sottolinea che il 78% dei musulmani combatterebbe, contro il 51% degli ebrei e il 50% dei cattolici, globalmente.

A questo proposito va sottolineato che in Israele la percentuale di chi risponde favorevolmente al quesito è il 66%.

Nell’Est dell’Asia si rimane sempre sopra il 70%, con il 71% in Cina e il 75% in India, il 70% in Indonesia e il 73% nelle Filippine, e persino l’89% in Vietnam, forse il Paese con il sentimento più nazionalista in Asia visto il suo recente passato di guerra.

In Sudamerica si sta su valori più bassi, ma comunque superiori all’Europa: sono meno del 50% quelli disponibili a prendere le armi in Brasile e Argentina, ma il 61% in Perù e Colombia.

Vediamo tutti i dati della ricerca DYM nella seguente infografica:

Un confronto curioso può essere fatto con i risultati di altre ricerche effettuate sempre da DYM, ed per esempio quella sulla felicità, sembra che i Paesi meno propensi combattere in una guerra siano anche i più infelici, Italia, Francia, Inghilterra, Corea del Sud, sono tra quelli in cui meno del 50% degli intervistati dichiara di essere felice.

vi sono eccezioni, come la Turchia, ma anche tante conferme, i Paesi asiatici e musulmani sembrano essere, tra il 65% e i l’87%, felici, con il sentimento di felicità che raggiunge il proprio massimo in Africa subsahariana a Sudamerica, sfiorando il 90% in Nigeria e Colombia.

Sicuramente sono dati legati anche alle previsioni di un maggiore benessere economico per il 2015, come vediamo dal seguente grafico che riguarda, guarda caso, quei Paesi che si dichiarano anche più felici:

fiducia 2015

Tuttavia la coincidenza con i popoli più disponibili a prendere le armi per una guerra di difesa ci suggerisce anche alcune altre chiavi di interpretazione: pare che i meno disponibili siano proprio quei Paesi che hanno:

– o tragiche esperienze entrate nella memoria collettiva legate alla guerra come Germania, Giappone, Italia

– oppure con una cultura individualista, quindi meno propensi di quelli in cui maggiore importanza viene data alla società, al benessere collettivo, alla famiglia, e che quindi fanno dipendere la propria felicità o la disponibilità di sacrificio (appunto la difesa del Paese in guerra) proprio da questi fattori.

Che sia il maggiore benessere o fattori più strutturali, per esempio culturali e religiosi, a rendere più individualista o meno un Paese, è certamente materia di dibattito, e probabilmente la verità sta nel mezzo.

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