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pubblicato: venerdì, 24 aprile, 2015

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Il talk show è davvero finito? #ijf15

talk

Talk show: quale futuro per questo tipo di trasmissioni TV? Se n’è parlato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia 2015

“Frequento un po’ troppi talk show, quindi non posso dire che il talk show sia finito, altrimenti dovrebbe essere finita anche la mia professione”, così ha esordito la giornalista Francesca Barra nell’incontro organizzato dall’Associazione Giornalisti della Scuola di Perugia tenutosi venerdì scorso 17 aprile presso il Teatro della Sapienza del capoluogo umbro nell’ambito dell’International Journalism Festival 2015.

Oltre a lei, sono intervenuti nel dibattito il collega Pierluigi Pardo di Mediaset, il direttore di Rai 3 Andrea Vianello, Mia Ceran e Mario De Pizzo di Rai News 24, che ha moderato l’incontro. I relatori si sono interrogati sul futuro di questo tipo di trasmissioni televisive: che ne sarà di loro nei prossimi anni, considerando che è un genere TV in crisi, come ha ammesso apertamente anche Vianello?

La qualità dei talk show

Francesca Barra, dal canto suo, si è mostrata abbastanza ottimista sulla qualità dei talk show e, menzionando Matrix come esempio di trasmissione in grado di sopravvivere nel contesto attuale, ha asserito che un buon mezzo e meno banale per parlare di politica potrebbe essere quello della cronaca, che è in grado di stimolare i politici a elaborare argomentazioni leggermente differenti da quelle cui siamo abituati a sentire. Se è vero che – rievocando Funari – quando ci si riferisce ai talk show si parla del “nulla”, anche il nulla inevitabilmente cambierà, ha affermato la Barra, perché – anche a fronte di cali di ascolti – “dei talk politici non si potrà mai fare a meno”.

Vianello: “Più talk, meno show”

Andrea Vianello, che attualmente non conduce più talk show ma ne ha avuto esperienza, non ha nascosto la sua preferenza verso la parola ‘talk’ che dovrebbe prevalere sullo ‘show’. Innanzitutto ‘talk’ significa confronto posizioni diverse, sarebbe quindi un genere nobilissimo e “democratico”. Si è domandato poi se la demonizzazione virulenta subita dal genere sia effettivamente meritata. In passato, nei momenti di contrapposizione tra ‘berlusconiani’ e ‘antiberlusconiani’, la vivacità televisiva veniva premiata dagli ascolti, ma oggi “il litigio – a detta di Vianello – non è più efficace televisivamente”. Attualmente ci sono troppi talk show perché, in un contesto di scarse risorse economiche, si tratta di un genere televisivo che costa poco, con ospiti generalmente non pagati. La sfida è su come farli meglio, dal momento che non è sufficiente far azzuffare delle persone in TV per fare audience. Detto ciò, Vianello ha sottolineato che i telespettatori hanno tutto il diritto di decidere di non seguire questo tipo di trasmissioni televisive.

Mia Ceran: “Tv è spettacolo”

Mia Ceran è partita invece dal termine ‘show’ – poiché la TV è spettacolo – ma ha evidenziato il fatto che non si sia ancora riusciti a trovare una “formula nuova di talk”. Se Matrix funziona, è perché ha fatto “un’altra cosa”, non una nuova formula del genere. La domanda da porsi, secondo la Ceran, in un’ottica di mercato dovrebbe essere: “cosa la gente vuole vedere?”

Pierluigi Pardo, che conduce un talk di successo in ambito sportivo, ha sottolineato che anche il suo ambito, in fondo, è “una nicchia”, quindi la sfida che ha cercato di accogliere è stata quella di “aprire il calcio e contaminarlo a tutti”. Pur seguendo la politica, Pardo ha fatto notare che il dibattito dei talk politici è “la nicchia della nicchia”, soprattutto quando si scontrano in modo autoreferenziali le ali interne al partito di maggioranza che interesserebbero solamente gli addetti ai lavori: a ciò andrebbe attribuito anche il calo degli ascolti, risollevato solo da Renzi e Salvini, ma va anche detto che il dominio incontrastato delle sezioni di politica sulle pagine dei giornali e in televisione, consuetudine quasi esclusivamente italiana.

Francesca Barra, per rispondere a De Pizzo che le chiedeva cosa notasse lavorando tra la gente, ha affermato di aver trovato sempre molta partecipazione, ma soprattutto la richiesta di non dimenticarsi di loro, soprattutto quando calano i riflettori in seguito a un’emergenza. “Non è detto che i temi non interessino”, molto sta nel trovare il linguaggio per raccontarli.

Vianello ha ribadito che “il talk politico preso cum grano salis è necessario”. Ricollegandosi all’intervento di Pardo, il gossip politico-istituzionale che abbonda in Italia non è un problema esclusivamente di un genere di trasmissioni, ma riguarda l’intero modello informativo e l’approccio culturale. Un occhio sicuramente va dato agli ascolti, perché, a prescindere dagli introiti, costituirebbero il termometro per valutare se si sta facendo bene il proprio mestiere. Ha poi elencato alcune tipologie di programmazione per parlare di politica in televisione: oltre ai talk show esistono i “faccia a faccia” (come In mezz’ora o Le invasioni barbariche) e le inchieste (ad es. Report) che però sono chiuse e montate. Il confronto tra candidati – format di antica tradizione americana – si può avere quasi esclusivamente nei periodi elettorali e le docu-fiction, genere televisivo di grande successo, non sembra in grado di raccontare la politica. Trovare una tipologia alternativa a quelle sopra elencate sarebbe assai difficile.

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Pierluigi Pardo ha riferito del problema principale che incontra il suo genere di talk sportivo: “i calciatori non vogliono andare in tv” perché temono che le dichiarazioni “possano essere strumentalizzate”, mentre il dibattito fa parte integrante del lavoro del politico.

Anche Mia Ceran ha riconosciuto che il talk ha un numero limitato di variazioni possibili, spiegando come avvengono le riunioni di redazione per questo tipo di programma: molte idee si propongono come geniali – dalla selezioni accurata dei temi più scottanti agli ospiti del momento – ma alla fine nessuna è in grado di risollevarne le sorti. In fin dei conti – ha ammesso – “la TV la facciamo per gli anziani”, perché l’età media dei telespettatori è piuttosto elevata, mentre i giovani hanno altre abitudini, come quella di vedere online e in differita solo i temi che interessano.

Vianello su questo punto ha dissentito: “il pubblico tv generalista non è solo anziano” e, citando i giovani telespettatori di Pardo e di Gazebo, ha voluto fornire due esempi. Proprio evocando Gazebo, ha invitato a salire sul pubblico Diego Bianchi “Zoro” con i suoi colleghi, che la sera stessa avrebbero poi tenuto la trasmissione in diretta da Perugia. In risposta anche ad alcuni interventi del pubblico, Zoro ha affermato di non aver trovato il modo giusto, ma ciò che li differenzia da altre trasmissioni è il fatto di essere nati sul web e danno per scontato l’utilizzo dei social network; per il resto, si tratta di materiale realizzato da altri che viene poi riproposto in televisione.

Andrea Vianello ha sottolineato che il talk si può servire degli strumenti social in due modi: o per ottenere le notizie (considerando che sempre più spesso anche i politici fanno dichiarazioni ufficiali via twitter) oppure per interagire con i cittadini in diretta, strumento che, se utilizzato bene, è segno di vitalità da considerarsi a prescindere dagli asfittici dati auditel.

Anche Pardo ha ammesso il ruolo importantissimo dei social in ambito sportivo, con i commenti che possono arrivare in diretta durante le telecronache; se può essere arduo – in un contesto frammentato – trovare un riscontro diretto tra interazione e ascolti, la soddisfazione e la fidelizzazione delle persone sono elementi difficili ma molto importanti.

Zoro, con la Ceran, non ha nascosto il ruolo necessario di filtro da parte della redazione della trasmissione televisiva: spetta poi ad essa proporre noi contenuti per mantenere un’alta qualità, non sempre assicurata dalle forme di giornalismo partecipativo (citizen journalism).

Tra le domande conclusive, una ragazza ha domandato a Vianello: “quanto i direttori di rete sono interessati a innovare il talk e alzare livello culturale del paese?” Il direttore di Rai 3 ha risposto sostenendo che il miglioramento del livello culturale del paese, soprattutto sul servizio pubblico, dovrebbe essere un obiettivo comune. E, se si vuole sopravvivere – ha aggiunto – non si può aspettare: occorre che la TV si adegui al pubblico, da quello anziano a quello più giovane.


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