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pubblicato: sabato, 28 giugno, 2014

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Tetto agli stipendi: il Parlamento tratta con 25 sindacati

montecitorio

Parlamento e spending review. Proprio ieri l’ufficio di Presidenza della Camera ha annunciato un taglio ai costi, tra lo stop all’affitto di Palazzo dei Marini e il ridimensionamento del trattamento di fine rapporto per ex deputati e dipendenti, stimato in 30 milioni di euro a partire dal 2015. Un risparmio complessivo di 138 milioni di euro in due anni per Montecitorio.

Di questa ghigliottina, che dovrebbe abbattersi sulle risorse a disposizione della Camera e su cui dovranno esprimersi gli stessi deputati, quando il prossimo 21 luglio saranno chiamati a votare il bilancio pluriennale di Montecitorio, non fa parte la misura del tetto agli stipendi, fissato dal governo Renzi. Il tetto di 240 mila euro lordi alle retribuzioni, in vigore da maggio per tutti i dirigenti pubblici, in forza del decreto legge 66 del governo non è valido, infatti, né alla Camera né al Senato. Come riporta stamani il Corriere della Sera, affinché tale norma possa essere applicata anche agli stipendi dei componenti dei due rami del Parlamento, c’è bisogno di una “decisione autonoma” delle due camere. A Palazzo Madama così come a Montecitorio vige, infatti, l’autodichia: secondo quanto disposto dall’art.64 della Costituzione, Camera e Senato hanno una competenza privilegiata, esclusiva e autonoma sullo status giuridico ed economico dei propri dipendenti, che viene disciplinato attraverso atti interni, non modificabili dalle leggi dello Stato. Affinché, dunque, il tetto previsto dalla nuova disciplina della PA possa essere applicato anche a deputati, senatori e dipendenti delle due Camere, è necessario che i parlamentari deliberino in tal senso.

camera dei deputati

Ma, secondo indiscrezioni, i dipendenti di Camera e Senato sarebbero già pronti alle barricate. L’introduzione del tetto di 240 mila euro comporterebbe un taglio considerevole della retribuzione per almeno il 40% del personale, calcola il Corriere. L’applicazione di tale misura, che ad esempio andrebbe ad interessare 88 consiglieri alla Camera, dovrebbe implicare anche anche nuovi parametri per tutte le fasce retributive. Se così non fosse ci si ritroverebbe di fronte a un paradosso: il segretario generale potrebbe percepire quanto un documentarista o un tecnico. Perciò “per mantenere le giuste proporzioni – ipotizza il Corriere – se il segretario generale, che oggi prende circa 480 mila euro lordi, dovesse scendere a 240 mila, dovrebbero essere messi dei tetti a scalare per le qualifiche inferiori”. Un’ipotesi, questa, che non piace affatto ai dipendenti. Oltre all’ostacolo autodichia, dunque, il Parlamento si troverà a gestire la trattativa con le sigle sindacali che tutelano i lavoratori delle due camere: undici i sindacati a Montecitorio e quattordici a Palazzo Madama, per un totale di circa 2.22o dipendenti.

Al momento i negoziati sembrano essere ad un punto morto: due riunioni e un nulla di fatto. Alla Camera, la vicepresidente del  Cap (Comitato per gli affari del personale), la democratica Marina Sereni, e Valeria Fedeli (Pd) per la Rappresentanza Permanente al Senato sono intenzionate a risolvere la questione prima delle ferie agostane. Ma, ad oggi, non esiste ancora una bozza da discutere con i sindacati e gli incontri preliminari non hanno prodotto alcun accordo. La partita è importante e vede contrapporsi due fazioni: una che spinge verso l’introduzione del tetto al netto degli oneri previdenziali e delle indennità; l’altra, capeggiata dal M5S, per la quale “il tetto deve essere onnicomprensivo, altrimenti si realizza un aggiramento dello stesso” spiega Riccardo Fraccaro, componente pentastellato del Cap. Una vicenda, dunque, destinata a protrarsi ancora per giorni con i parlamentari impegnati in una delle sfide più impegnative: l’auto-riduzione dei compensi e la razionalizzazione dei costi interni. Un banco di prova significativo per la tanto annunciata spending review.

Carmela Adinolfi

 


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GiamBuonomo
GiamBuonomo

L'autodichia designa un'area di attività delle Camere sottratte alla giurisdizione della magistratura (e, per questo motivo, rimesse - in caso di contestazione - allo scrutinio di organi interni alle Camere stesse). Dopo la sentenza n. 120 del 2014 della Corte costituzionale la concezione "geografica" di tale sottrazione - fino ad allora comunemente riferita a tutto ciò che le fonti interne (regolamento parlamentare maggiore e atti da esso previsti) ritenessero di deferire agli organi interni - è in via di abbandono, avendo la sentenza ricordato (sia pure entro i limiti della modalità prescelta dalla Cassazione per investirla) che "negli ordinamenti costituzionali a noi più vicini, come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, l’autodichia sui rapporti di lavoro con i dipendenti e sui rapporti con i terzi non è più prevista". Nella vita amministrativa degli organi costituzionali si fa discendere - dalla suddetta concezione geografica della guarentigia - il principio di sottrazione alla legge "esterna" delle Camere stesse  (v. posizione espressa dal Governo italiano nella seduta della Corte europea dei diritti dell'uomo del 2 dicembre 2008 nella causa Savino ed altri contro Italia). In altri termini l'autodichia rifletterebbe una forma di autocrinia, della quale sarebbe l'espressione processuale: laddove la legge non sia espressamente richiamata da decisioni degli organi interni, competenti a disciplinare un qualsiasi aspetto della vita delle Camere, ad essa sarebbe inibito di disciplinare automaticamente aspetti importanti come il rapporto di lavoro dei dipendenti, la regolamentazione delle forniture e dei lavori degli appaltatori, ecc.; la clausola che conclude la promulgazione delle leggi dello Stato ("A chiunque è fatto obbligo di osservare e fare osservare...") non si applicherebbe alle amministrazioni delle Camere, se non quando separatamente e gerarchicamente a ciò richieste dall'organo politico di gestione di questo tipo di rapporti (di solito il Presidente o l'Ufficio di Presidenza). La legge stessa riconoscerebbe questo ambito di autonomia normativa interna quando - nel rivolgere alcune sue previsioni anche agli organi costituzionali - invece di assumere una veste prescrittiva, utilizza la formula "nell'ambito della loro autonomia, adeguano i rispettivi ordinamenti interni ai principi della presente legge" (o formule similari: per la nascita di questa dizione, in riferimento agli organi costituzionali, v. Testa-Gerardi, Parlamento zona franca, Rubbettino, 2013).

Un'ulteriore inferenza sarebbe quella secondo cui la disciplina retributiva dei dipendenti sfuggirebbe - laddove non espressamente richiamata dalla regolamentazione interna, soggetta peraltro ad apposite procedure di negoziazione sindacale - alla normativa di diritto comune dei "tetti retributivi" imposti, a partire dal secondo governo Prodi (2006-2008) e dal governo Monti (2012), fino al decreto n. 66/2014 - per la generalità del pubblico impiego e per i contratti individuali con società partecipate pubbliche (Marro, Corsera 28 giugno 2014; Rizzo, Corsera 26 luglio 2014; Economist, 8 agosto 2014).
Sull'affermazione di un diverso modo di concepire l'autodichia degli organi costituzionali, secondo una nozione funzionalista, vedi il seguente atto parlamentare.
Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 302 del
07/08/2014 Testo integrale della dichiarazione di voto del senatore Buemi in sede di
esame dell'emendamento 39.21 

Salvatore Perez
Salvatore Perez

Il sindacato resta la scorciatoia per arrivare in Parlamento e smettere di fottere i lavoratori!

Vittorio Buccarello
Vittorio Buccarello

Che faccia tosta. Per i super stipendi si tratta con i sindacati, super stipendiati anche loro, mentre per i lavoratori con stipendi da miseria, non se ne parla neanche e i sindacati svaniscono. Già, dimenticavo gli 80 EURO.