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pubblicato: giovedì, 21 agosto, 2014

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Dopo il disastroso dato sul PIL italiano, la Spagna ci stacca sempre di più

“E’ un problema europeo, non italiano” così il premier Renzi ha dichiarato in seguito ai dati diffusi sul PIL congiunturale di Francia e Germania, a zero nel primo caso e in calo dello 0,2% nel secondo. Il mal comune mezzo gaudio è un espediente vecchio, si sa, ma è con Germania e Francia che l’Italia si dovrebbe confrontare?

In realtà l’altro grande Paese dei PIIGS in questi anni è stato la Spagna, che dopo almeno 15 anni in testa alle graduatorie di crescita dal 2008 si è avvitata in ua crisi provocata dalle bolle edilizia e del credito, soffrendo di quella stessa crisi dello spread di cui noi soffriamo.

Andrebbe verificato come se la stia cavando ora in confronto a noi, ebbene, da fine 2013 è in atto un costante miglioramento che la vede sovraperformare le previsioni degli economisti, segnando nel secondo trimestre 2014 un +0,6% congiunturale e un molto positivo +1,2% tendenziale anno su anno. Si tratta del quarto progresso congiunturale dopo che dal terzo trimestre 2013 vi era stato un aumento dello 0,1%, poi 0,2%, 0,4% e ora appunto 0,6%. La crisi sembra finita in Spagna e ancora più impietoso appare il confronto con l’Italia che ha potuto segnare uno 0,1% nell’ultimo trimestre 2013 per poi ricadere in recessione, una recessione in realtà mai finita.

Vediamo di seguito appunto le performances di Italia e Spagna nei tassi dicrescita trimestrali:


tradingeconomics.com

 


tradingeconomics.com

 

Come si vede per la Spagna la tendenza al recupero della crescita è netta e non equivoca, e del resto anche in passato non era stata soggetta come l’Italia a periodiche mini-recessioni come quelle che ci hanno colpito anche in periodi “di vacche grasse”. La causa della crisi economica spagnola era meno strutturale della nostra, essendo principalmente dovuta a bolle scopiate come quelle creditizia ed immobiliare, ma alcuni fondamentali erano e sono migliori: il rapporto debito/PIL iberico è al 93%, certamento decollato rispetto al 36% precedente alla crisi, ma comunque decisamente inferiore al nostro 133%, risultato di un indebitamento cronico sopra il 100% da quasi 30 anni. La spesa in rapporto al PIL supera da noi il 50%, mentre è in Spagna al 44%, sia per un servizio del debito inferiore, sia soprattutto per una tassazione minore. Così viene anche tollerato maggiormanente il rapporto deficit-PIL del 7%, comunque calato dal 10-11% cui er arrivato con la crisi, dopo gli anni addirittura di avanzo nel 2004-2008

Oltre a fattori strutturali che comunque non assolvono l’Italia che ne è sprovvista, è anche negli anni della crisi che la Spagna a dimostrato di avere più coraggio nelle riforme: sia Zapatero che poi Rajoy hanno implementato per esempio riforme del lavoro che hanno potuto abbassare il costo del lavoro, ma soprattutto favorire le assunzioni più liberamente, come effetto di una maggiore flessibilità, la stessa che certamente all’inizio ha provocato molti licenziamenti, ma ora ha creato quasi 200 mila posti di lavoro da inizio 2014, facendo diminuire di uno 1,5% l’altissimo tasso di disoccupazione.

Sono stati ridotti i giorni per anno da risarcire in liquidazione di un licenziamento, si sono introdotte misure di tipo “tedesco” come la diminuzione delle ore lavorate in presenza di diminuzione dei ricavi, così come la diminuzione dei salari e il demansionamento, una più facile deroga dai contratti collettivi, così come maggiori facilità di licenziamenti anche collettivi. Di seguito vediamo la situazione del costo del lavoro in Europa:

labour cost europe

E’ evidente che dopo la crisi economica, solo in Italia il costo del lavoro ha continuato a salire come se nulla fosse successo, al contrario di quanto accaduto in Spagna, Irlanda, Grecia, se si considera il calo del PIL è evidente come la produttività e la competitività del nostro Paese sia scivolato indietro.

La Spagna ha invece guadagnato competitività, non a caso una delle componenti della crescita dell’ultimo trimestre è l’aumento delle esportazioni, invece un po’ a sorpresa calate in Italia, nonchè l’aumnto degli investimenti, da sempre superiori a quelli nel nostro Paese.

Naturalmente vi è ancora molto scetticismo riguardo questa ripresa spagnola, i posti creati sono definiti “junk jobs”, da alcuni economisti, sottopagati, ed estremamente precari, inoltre si basano ancora come un tempo sulla ripresa del turismo e dell’edilizia, non proprio due basi solide per un Paese avanzato.

Tuttavia, come i dati sui consumi, in aumento, indicano, il livello di fiducia della popolazione è già diverso, e una cosa è discutere della robustezza o meno di una ripresa reale, e un’altra è chiedersi sgomenti perchè quella prevista dai politici non è neanche iniziata.

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