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pubblicato: venerdì, 24 agosto, 2012

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Comunella e liberatutti mentre brucia Jan Palach

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Comunella e liberatutti mentre brucia Jan Palach

 

E’ difficile tornare a scrivere dopo la lunga pausa estiva. Ed è in punta di piedi che East Journal cerca di rompere il silenzio, il proprio ma non solo. E inizia a farlo con questa rumorosa, a volte gridata, rubrica dal nome J’accuse in cui il sottoscritto, approfittando del proprio cognome, lancia sterili strali malamente emulando l’omonimo Emile. Cerchiamo  dunque di riprendere il filo delle cose lasciate in sospeso.

[ad]Anzitutto, la Siria. Tornato dalla più totale astinenza da informazioni apro un quotidiano italico a caso (tanto non c’è grande differenza) e scopro che il regime di Damasco è ora accusato di possedere armi chimiche. Un deja vu… dov’era già? In Iraq? Nessuno qui sostiene che al-Assad sia un monarca illuminato ma che almeno si cerchino argomentazioni meno trite per persuadere l’opinione pubblica sulla bontà dell’intervento armato. Un intervento che il veto russo e cinese rende più complicato poiché il cosidetto “occidente” non potrà in tal caso appellarsi al diritto internazionale come già fatto in Libia. Non che l’assenza della legittimazione Onu impedisca alcunché, ricorderete i bombardieri Nato sui cieli di Belgrado. Nell’intrico siriano ciò che emerge con chiarezza è la nebbia. Nessuno ci ha ancora detto chi sono i ribelli e chi li arma. Nessuno ci ha spiegato quante e quali siano le effettive responsabilità del governo siriano. E non sono evidenti nemmeno i contraccolpi geopolitici dell’eventuale (ma ormai imminente) caduta di al-Assad. Chi scrive non brilla per intelligenza ma Libano e Iran sono lì a due passi. Qualcuno dei mezzibusti televisivi può illuminarci? Giusto per rompere il rumoroso silenzio della propaganda. Intanto Aleppo brucia ma chi sia l’incendiario è ancora un mistero.

C’è poi la faccenda delle tre cantanti della punk band russa Pussy Riot, giudicate colpevoli di vandalismo e istigazione all’odio religioso in Russia, condannate a due anni di carcere per i fatti avvenuti il 21 febbraio scorso nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore. In quell’occasione le femministe hanno cantato una ”preghiera” di protesta contro il presidente Vladimir Putin. ”Le cantanti – ha affermato la Corte – hanno agito provocatoriamente e in modo offensivo all’interno di un edificio religioso, in abiti inadeguati per una chiesa e gridando parole blasfeme e sacrileghe”. Pare che siano concubine del demonio e sfreghino le loro pudenda su bastoni maledetti. Un rogo già brucia nella piazza rossa.

Altre brevi. La chiesa ortodossa russa fa la pace con la Polonia che, nel dubbio, rilancia sullo scudo spaziale. Il presidente della repubblica Komorowski ha infatti avanzato l’ipotesi di uno scudo “tutto polacco”. Come a dire, contro Dio basto io ma contro Putin no. Quando il peperone brucia…

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