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pubblicato: venerdì, 7 settembre, 2012

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La strada stretta di una sinistra di governo. Le proposte

Sinistra e PalazzoChigi

Abbiamo analizzato nella puntata precedente le cause sistematiche della crisi globale, riverberatasi sulle carenze strutturali dell’euro e i difetti accumulati dall’economia italiana. Oggi daremo un rapido sguardo ad alcune proposte, che potrebbero rivelarsi preziose per il ritorno della sinistra al governo:

  1. [ad]Per quanto riguarda il breve periodo è indispensabile che i tassi d’interesse dei paesi in difficoltà siano abbattuti attraverso un intervento della BCE. Ma questo, se è condizione necessaria per l’uscita dalla crisi, non è però sufficiente. Qui sta un importante punto di distanza con il governo Monti. L’idea che un abbassamento degli spread, accompagnato da “riforme” che consistono essenzialmente in tagli sia sufficiente a uscire dalla crisi è sbagliata e fuorviante. Anzi, se l’intervento della BCE per la riduzione degli spread ha come contropartita la necessità di nuovi tagli, non è solo inutile, ma anche controproducente. Effettuare una politica di riduzione della spesa in recessione è il miglior modo per aggravarla esponenzialmente. Nel caso non ci sia l’accordo su un intervento della BCE a tali condizioni non sarebbe da escludere un riscadenzamento del debito, che fornisca il tempo per i necessari interventi a sostegno della crescita, che possano restituire fiducia nelle prospettive del nostro paese.
  2. Per uscire dalla crisi è necessario riattivare la crescita e l’unico modo realistico per farlo è un programma di investimenti. Bisogna uscire dalla fobia isterica del “non si può risolvere il problema del debito con altro debito”. Non tutto il debito è uguale. Gli sprechi e la spesa pubblica improduttiva sono lontani mille miglia dagli investimenti strategici. Le risorse possono essere trovate, in mancanza di altre fonti, attingendo alla vasta disponibilità della Cassa Depositi e Prestiti. Queste risorse dovrebbero essere impiegate per permettere un rientro dell’intervento statale nell’attività economica in maniera selettiva e strategica. Si tratta di scegliere alcune linee di sviluppo sulle quali si intende concentrare il rilancio dell’economia italiana e sostenerle con interventi adeguati.
  3. Il fatto che nell’immediato non sia opportuno ridurre la spesa pubblica non significa che essa vada bene così com’è anzi. Se per quanto riguarda la quantità complessiva della spesa l’Italia è assolutamente in linea con gli altri paesi europei (anzi, spesso spende di meno) la sua ripartizione è molto insoddisfacente. Si tratta allora di riqualificarla tagliando gli sprechi e finanziando maggiormente settori molto bisognosi e strategici per il futuro del paese, come l’istruzione e la ricerca.
  4. E’ “di sinistra” anche abbassare la tassazione sul lavoro e sulle imprese, facendone gravare invece maggiormente il peso sulla rendita e sui grandi patrimoni. Un ridisegno del sistema fiscale del genere non starebbe improntato solo a maggiore equità, ma sarebbe anche fondamentale per la crescita del paese.
  5. Bisognerebbe predisporre un sistema di incentivi e strutturare la tassazione in direzione della risoluzione di un altro dei problemi storici del nostro sistema produttivo: l’eccessiva prevalenza di imprese di dimensione troppo ridotta, con limitata capacità di investimento e di posizionamento su produzioni di alto valore aggiunto. Salvo eccezioni, c’è la tendenza dell’Italia a posizionarsi, nella divisione internazionale del lavoro, in una posizione medio-bassa, a fare da subfornitore della Germania per le lavorazioni intermedie, specializzandosi così su produzioni di basso valore aggiunto. Tutto questo ha una serie di conseguenze a cascata sul nostro paese: fa sì che molti dei laureati altamente formati che pure continuano a uscire dalla nostra università debbano andare all’estero, in quanto il nostro sistema produttivo non è in grado di assorbirli. Spinge verso una concorrenza salariale al ribasso che impoverisce la maggioranza della popolazione. Si tratterebbe di interrompere questa spirale puntando nuovamente su settori avanzati e incentivare un sostanziale incremento dimensionale delle imprese, come già si tentò di fare in passato con il tentativo della “dual income tax”.
  6. A lungo termine è necessario operare per una riforma della governance economica dell’Unione europea. Con questo non va assolutamente inteso ciò a cui pensa la Merkel, ovvero un semplice sistema di “controllo dei conti pubblici”, quanto principalmente un meccanismo che tenda a favorire la parità della bilance commerciali e tenda a scoraggiare pratiche di dumping commerciale e fiscale. Le tassazioni all’interno della zona euro dovrebbero essere sostanzialmente armonizzate in modo da scoraggiare delocalizzazioni a scopo fiscale che inneschino una concorrenza al ribasso tra Stati dell’Unione, con conseguente riduzione del welfare e delle garanzie. L’idea di andare verso una politica unica europea non può essere separata da una riforma della BCE, all’interno della quale la facoltà di acquistare titoli di stato è solo la condizione minima, ma al cui centro starebbe la coordinazione tra politica monetaria e politica fiscale.
    Solo misure di questo tipo sono in grado, a lungo termine, di garantire la sopravvivenza dell’Euro. Se non sarà possibile creare un consenso su queste misure bisognerà porsi il problema di un piano B da attuare nel caso l’euro non dovesse tenere.

(continua)


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