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pubblicato: giovedì, 3 ottobre, 2013

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Il cimitero Lampedusa e la fiera delle banalità

lampedusa

E’ successo ancora. Decine e decine di morti a un passo da Lampedusa. E’ una tragedia quotidiana che sembra impossibile fermare. E i morti sono sempre loro, in gran parte africani, provenienti da paesi e da storie che qui non riusciamo nemmeno a immaginare.

Forse è per questo che di fronte a queste tragedie media e commentatori, a volte, si abbandonano ad una vera e propria “fiera delle banalità”.

Si finisce per dare la colpa a chi è meno responsabile. Ci si scaglia, per esempio, contro gli scafisti, definiti trafficanti di essere umani, personaggi senza scrupoli che gettano a mare i migranti.

No, non è vero. Di solito gli scafisti sono poveracci come i passeggeri, reclutati nella massa di quelli che vogliono imbarcarsi, che hanno qualche esperienza di mare e che in cambio della guida del barcone non pagheranno il viaggio. Spesso è proprio per questo che i barconi vanno alla deriva, perché chi li guida non ha nessuna esperienza di mare, o magari è solo un pescatore e, allettato dal fatto che gli verranno risparmiati i soldi del viaggio, si improvvisa comandante.

A chi li imbarca, a quelli che prendono i soldi non importa nulla. L’importante è che la barca si stacchi dal molo e raggiunga acque internazionali. Poi che accada qualunque cosa, loro hanno realizzato il loro guadagno.

E sapete dove vengono recuperati i barconi? Di solito sono navi o pescherecci che andrebbero alla rottamazione, e rottamare costa. I proprietari sono ben lieti di affidare quelle imbarcazioni a chi promette loro di abbandonarle in acque internazionali. Meglio ancora se affondano.

Ecco il business dei migranti è anche questo. E dietro tutto questo ci sono gangster, trafficanti, spesso legati a ufficiali dell’esercito o funzionari dei governi dai quali i barconi partono. In Libia, nonostante il cambio di regime, mi risulta sia cambiato poco. Chi faceva affari prima continua a farli.

E poi bisogna sapere da dove arrivano questi corpi che poi giacciono sulle nostre spiagge, malamente coperti con un lenzuolo.

Il Corno D’Africa continua ad essere una sorta di serbatoio di fuggiaschi: guerre, dittature, campi profughi, fame. Non stupisce che a fuggire siano eritrei e somali.

I primi scappano da una sorta di Corea del Nord africana, un regime, quello di Isaias Afworki, al potere da 20 anni senza elezioni. Un paese del quale non si sa più nulla se non di repressioni, sparizioni, torture. In Eritrea il cibo viene razionato e l’unico modo per mantenere la famiglia spesso sono le rimesse. Ma bisogna andare all’estero per inviarle e il regime persegue chi fugge, chi evita un servizio militare obbligatorio che si sa quando inizia ma non quando finisce.

Gli altri, i somali, scappano da un paese che è stato in guerra da venti anni. Una guerra che ha creato dal nulla, poco fuori il confine, in kenya, il campo profughi più grande del mondo: 500 mila persone, di fatto la più grande città della Somalia e la terza del Kenya dopo Nairobi e Mombasa. Un epicentro di sofferenze, di privazioni, di violenza nelle cui pieghe si sono inseriti i miliziani shebab che ingaggiano giovani da avviare alla carriera di kamikaze. L’unica alternativa che folle di ragazzi hanno alla fuga.

Ecco, questa è la verità. E di solito di fronte alla verità si dicono meno banalità. E ci si vergogna.

 


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