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pubblicato: martedì, 3 dicembre, 2013

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Con la crisi emerge la tragedia occupazionale del Sud

Con la crisi emerge la tragedia occupazionale del Sud

Con la crisi emerge la tragedia occupazionale del Sud. Dopo avere visto un confronto tra i tassi di occupazione in Italia e all’estero, diventa indispensabile però comprendere come i dati italiani siano il frutto di una media di valori molto diversi all’interno del Paese.

Il nostro è probabilmente lo Stato della UE con il maggiore divario da regione a regione.

Abbiamo preso come valore indicativo della crisi occupazionale del momento il tasso di attività ovvero la somma di coloro che sono occupati tra coloro che hanno dai 15 ai 64anni e quanti cercano lavoro. Infatti il tasso di disoccupazione non può rendere l’idea, l’abbiamo già visto, essendo un tasso che ha come denominatore solo il numero di coloro che un lavoro lo cercnao e non gli inattivi e purtroppo è sottostimato.

Sapendo che il tasso di disoccupazione è aumentato negli ultimi anni di crisi, ed è ora il 12,5%, osserviamo quindi il tasso di attività nelle regioni italiane (verde regioni del Nord, giallo del Centro, rosso del Sud):

Vediamo come i dati siano tragici per il Sud Italia. In Campania più di metà delle persone tra i 15 e i 64 anni non lavora e non cerca un lavoro, non parliamo di giovani, ma di adulti. Sono dati che possono essere solo paragonati con Paesi in via di sviluppo in cui la grande massa è occupata in settori informali o nell’agricoltura.

Osserviamo come questa situazione sia stata peggiorata dalla crisi, non solo come valori, ma anche relativamente al resto d’Italia:

C’è stata in Italia una crescita del numero degli attivi negli anni, per l’arrivo di immigrati, cambiamenti culturali (meno casalinghe), leggi sul lavoro, e diminuzione parziale dell’assistenzialismo, anche se dal 2008 questo tasso di attività viene prodotto dall’aumento di disoccupati più che da quello degli occupati.

E tuttavia è una crescita che al Sud non si è avvertita, ma anzi vi è stata una controtendenza preoccupante che ha portato un calo, sia in Sicilia sia in Campania, nell’ultimo caso come abbiamo visto a meno del 50%.

Il gap tra Campania e media italiana è così salito dal 5% del 1995 al 14% del 2012!

E questo nonostante nel conteggio siano presenti anche i disoccupait, lo ricordiamo. E’ l’inattività a essere salita al Sud.

Il caso femminile:

Se vogliamo andare in profondità del problema dobbiamo indagare dove il Sud rimane fortemente indietro rispetto al resto d’Italia e d’Europa, quale è la ferita più purulenta: l’occupazione femminile.

Qui a differenza di prima osserviamo la sola occupazione, ovvero quante donne lavorano tra i 15 e i 64 anni.

Se prendiamo i dati del 2012 per regione, la spaccatura del Paese appare ancora più scottante di prima:

Tra Campania e Val d’Aosta c’è una differenza di quasi 2 volte e mezzo. In Campania in pratica solo poco più di un quarto delle donne lavora, sono livelli minori anche di altri Paesi poveri del mediterraneo.

E questo nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, dovuti anche al livello molto basso da cui si partiva.

Vediamo il trend dell’occupazione femminile:

Mentre la media italiana è salita di ben 12 punti, quella campana solo di uno. Con un peggioramento negli anni della crisi, tranne l’ultimo.

Questi dati ci dicono, rispetto a quelli risaputi sugli effetti nazionali della crisi economica, che questa recessione che ci colpisce a fasi alterne dalla fine del 2008 ha prodotto un ulteriore elemento di squilibrio per l’economia italiana, ovvero ha allargato il divario tra Nord e Sud.

Di fronte a un Nord che ha solo rallentanto alcuni trend strutturali positivi come l’aumento dell’attività generale o dell’occupazione femminile, storicamente bassi in Italia, vi è un Sud che è tornato indietro.

E’ probabile che siano aumentati coloro che lavorano per la più grande azienda italiana, la mafia, nelle forme di camorra o Ndrangheta, in nero ovviamente, e coloro che rinunciano a cercare lavoro, mentre altri sono emigrati.

Un elemento in più per il legislatore per capire la necessità di riforme radicali che vadano oltre gli schemi già percorsi.

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