Attacco terroristico Parigi: la difficoltà di mantenere lo status quo

Pubblicato il 14 Novembre 2015 alle 14:38 Autore: Guglielmo Sano
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Attacco terroristico Parigi: nella notte di venerdì 13 novembre nella capitale francese si sono verificati almeno 6 attacchi terroristici simultaneamente. Il bilancio delle vittime è finora stabile a quota 128 morti, altre 300 persone sono ferite, di queste un centinaio lo sono in modo grave. Lo Stato Islamico (Is, già Isis e Isil) ha rivendicato le sue responsabilità con un comunicato. Gli investigatori così hanno ricostruito la successione degli eventi: prima si sono verificate 3 esplosioni all’esterno dello Stade de France, dove si svolgeva l’incontro di calcio amichevole tra le nazionali di Francia e Germania. Si scoprirà poi che 3 terroristi si sono fatti saltare in aria causando una vittima.

In seguito altri 5 luoghi parigini sono stati luogo d’attentati: Rue de la Fontaine au Roi (5 morti), Rue Bichat (12 morti), Boulevard Voltaire (morto un terrorista), Rue de Charonne (19 morti), il teatro musicale “Bataclan” (oltre 80 morti). I primi atti del Presidente della Repubblica Francois Hollande sono stati il ripristino dei controlli alle frontiere e la dichiarazione dello “stato di emergenza” (durata 12 giorni poi serve una legge) che, per la prima volta in tutta la storia francese, ha riguardato l’intero territorio nazionale. La polizia ha invitato tutti i cittadini a rimanere in casa; le scuole sono chiuse e gli eventi cancellati. Il ministro dell’Interno Cazeneuve si è detto pronto ad autorizzare il “coprifuoco” se necessario.

Attacco terroristico Parigi: da un momento all’altro

In un’intervista particolarmente cupa, rilasciata alla rivista Paris Match il 30 settembre, l’ex magistrato anti-terrorismo Marc Trevidic avvertiva la Francia: “Sono convinto che gli uomini del Daesh (Is, ndr) abbiano ambizioni e mezzi per condurre azioni incomparabili a quelle a cui abbiamo assistito fino ad ora. Lo dico da tecnico: i giorni più bui sono davanti a noi. La vera guerra che vogliono portare sul nostro territorio deve ancora cominciare”. La Francia, aggiunse in quell’occasione Trevidic, “è di fronte a una doppia minaccia: da una parte ci sono quelli che chiamo gli “scudi” umani del jihad, quelli che passano all’azione senza particolare formazione, che agiscono da soli, con più o meno qualche possibilità di riuscita”, invece, dall’altra parte “la minaccia più grande, quella delle carneficine organizzate da Stato Islamico e Al Qaeda”.

Quella di ieri notte pare a tutti gli effetti una strage del secondo tipo enumerato da Trevidic: un’operazione in grande stile organizzata da un gruppo terroristico formato da uomini addestrati e capaci. Inoltre, la scelta degli obiettivi (lo stadio, il teatro etc..) già di per sé è un “messaggio” allo stile di vita occidentale (nel comunicato dell’Is – non ancora approfonditamente verificato – Parigi è chiamata la “capitale di abominio e perversione”)

L’analisi di Jack Rice, ex agente della Cia, si muove proprio su questa linea: “parte della forza che un gruppo terroristico può esprimere risiede nella capacità di abbattere un’icona”. Continua Rice: “non sono in grado distruggere l’Occidente, non sono in grado di distruggere l’Europa Occidentale” ma vogliono dare l’impressione di poterlo fare. “La tattica degli attacchi simultanei è brutalmente efficace – dice Rice a tal proposito – la gente non sa dove andare, nessun luogo è sicuro, quello che si riesce a ottenere è la paralisi”. Infatti, forze armate e polizia non possono che tentare di contenere lo spostamento di cittadini terrorizzati, nel frattempo, devono anche far rispettare rigidissime misure di sicurezza: il risultato è un paese bloccato. Questo non fa che aumentare l’effetto terrore connesso a tale tipologia di attacco coordinato: “vogliono mostrare il loro potenziale, mostrare che nessuno è al sicuro, che possono colpire in ogni luogo: l’uomo e la donna della strada non possono che reagire creando il caos”.

Attacco terroristico Parigi: confermare le scelte

Rice crede che la Francia abbia imparato la reazione dell’11 settembre e reagirà in modo “ragionevolmente calcolato”. Intanto, circola la notizia non confermata ufficialmente che accanto al corpo di un kamikaze sia stato ritrovato un passaporto siriano, inoltre, diversi testimoni hanno riferito che alcuni attentatori urlavano: “questo è per la Siria”. Cosa succederà adesso, la Francia proverà a defilarsi oppure moltiplicherà il suo impegno nel contrasto del Califfato? Remi Piet, professore di Affari internazionali all’Università del Qatar, in prima battuta sostiene che la posizione di Parigi su Assad – di cui ci si vorrebbe sbarazzare – non è destinata a cambiare in seguito agli attacchi. Se vogliamo rifarci alle “tradizionali leggi della politica”, infatti, la Francia vorrà mostrare che il terrorismo non influisce minimamente sulle sue azioni.

Sicuramente, dice Piet, ci sarà un rafforzamento dei valori che rappresentano l’identità francese, sul modello di quanto accaduto dopo la strage di Charlie Hebdo, ma all’orizzonte nessun cambiamento in politica estera. Probabilmente, neanche le politiche sull’immigrazione francesi subiranno alcun cambiamento, precisa Piet, “poiché sappiamo benissimo che i rifugiati sono le prime vittime del Daesh” e, in più, la Francia ha accolto “relativamente” pochi rifugiati.

L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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