Trump vince anche in Nevada: le provocazioni funzionano

Pubblicato il 24 Febbraio 2016 alle 10:24 Autore: Antonio Folchetti
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Elezioni USA, Trump vince anche in Nevada: le provocazioni funzionano

Il quadro è sempre più chiaro: Donald Trump e Hillary Clinton, come previsto, sono i due candidati da battere. Arrivano alla vigilia del Supermartedì da grandi favoriti, per quanto le due candidature abbiano fin qui seguito due percorsi completamente opposti. Hillary è la candidata di bandiera, sostenuta dall’establishment, una lunga carriera nelle istituzioni e il non indifferente vantaggio di essere stata la moglie di un “former president”, malgrado il rapporto fra i due non sia stato sempre idilliaco, certo non esemplare. Trump, al contrario, è al suo debutto in politica, e ha costruito il suo successo proprio con la sua costante vis polemica nei confronti delle élite del partito, al punto che nel caso – al momento assai remoto – in cui non riuscisse ad ottenere la nomination repubblicana potrebbe ugualmente scendere in campo come indipendente.

Repubblicani: Trump contro tutti

Donald Trump ha vinto in entrambi gli Stati in cui i repubblicani hanno votato questa settimana. Sabato, in South Carolina, il magnate ha vinto con il 32,5% accaparrandosi tutti 50 delegati dello Stato, mentre i risultati che stanno arrivando dal Nevada lo attestano intorno al 44,1%. Forte di un convinto sostegno tra i più “arrabbiati”, Trump non sembra aver subìto alcun colpo elettorale dalle parole di Papa Francesco, che sul volo di ritorno dal Messico aveva affermato che chi vuol costruire muri e non ponti non è un cristiano, riferendosi proprio ad una delle proposte che il miliardario newyorkese aveva lanciato nei mesi scorsi, quella di erigere un muro al confine tra Messico e Stati Uniti. Trump, anzi, consolida il suo radicamento anche tra l’elettorato religioso, che comunque in Usa è piuttosto variegato e tutt’altro che fedele alle indicazioni papali, soprattutto da quando al soglio pontificio è salito Bergoglio, considerato troppo progressista. La migrazione verso Trump degli elettori cristiani va tutta a discapito di Ted Cruz, che dopo un’ottima partenza ottenuta vincendo la prima sfida dell’Iowa è sempre più in difficoltà (intorno al 22% sia in South Carolina che in Nevada). Il bacino di voti al quale attingere, per il senatore del Texas (che ha da poco licenziato il suo portavoce), è limitato all’area più conservatrice del partito, un mercato ormai saturo e sempre più allettato dal populismo di Trump, malgrado i due si detestino. Una boccata d’ossigeno per Cruz potrebbe arrivare dal ritiro di Ben Carson, la cui deludente avventura elettorale sta per giungere al capolinea. Al netto di endorsement successivi, una buona parte dei voti di Carson potrebbe andare proprio a Cruz, il candidato a cui il medico afroamericano è più ideologicamente vicino.

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Salgono invece, per il secondo posto, le quotazioni di Marco Rubio, al quale l’establishment repubblicano guarda con grande speranza al fine di arginare il ciclone Trump. Il giovane senatore di origine cubana, dopo una partenza in sordina, è ora in leggera crescita dopo aver superato Cruz sia in Nevada che in South Carolina. Cresce il sostegno di parlamentari uscenti e governatori per Rubio, che potrebbe a breve ricevere anche la benedizione della potente dinastia Bush, il cui ultimo esponente di punta Jeb, già governatore della Florida, ha gettato la spugna sabato notte, quando i risultati in arrivo dalla Carolina del Sud lo condannavano all’ennesimo risultato demoralizzante (soprattutto se si pensa alle ingenti cifre spese). C’è poi John Kasich, un moderato dal profilo poco attraente per i rigidi elettori meridionali, ma che nel suo Ohio e negli Stati del nord potrà ancora dire la sua. Con molta probabilità, comunque, anche Kasich sarà costretto ad alzare bandiera bianca e ad appoggiare Rubio, nel tentativo di frenare in ogni modo Donald Trump, ormai divenuto una scheggia impazzita in grado di destabilizzare il secolare assetto del Grand Old Party come mai nessuno era riuscito prima. La strategia dell’insulto e della provocazione sta funzionando al meglio, per il momento.

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Democratici: una questione etnica

Seppur modesto rispetto alle previsioni, il 53% del Nevada ha fatto ritrovare l’ottimismo nel quartiere generale di Hillary Clinton, dopo il pareggio dell’Iowa e la disfatta del New Hampshire. Sabato si vota in South Carolina, con la Clinton che potrà contare sul sostegno quasi in blocco della comunità afroamericana, particolarmente consistente in un territorio che ancora risente degli strascichi dello schiavismo. Bernie Sanders, unico rivale in campo, sta cercando in tutti i modi di appellarsi a quest’ampia fetta di popolazione, insistendo sui tratti di similarità che hanno sempre accomunato le sue rivendicazioni con le loro storiche battaglie, fino a far trasmettere il video di un suo arresto nel 1962 durante una manifestazione per i diritti dei neri. L’obiettivo è quello di recuperare, almeno parzialmente, un distacco che fino a poco tempo fa appariva incolmabile. Tra gli altri, proprio in questi giorni sono arrivati per lui altri due importanti endorsement da illustri personaggi di colore: l’attore Danny Glover e il regista Spike Lee.

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In casa democratica, la composizione etnica dell’elettorato si sta rivelando una frattura molto più significativa rispetto al partito rivale. Come detto, gli afroamericani – protagonisti della “rivoluzione” obamiana del 2008 – sono stavolta schierati in larga maggioranza con la Clinton. I bianchi invece appaiono al momento più vicini a Sanders, con punte che arrivano all’80% tra le fasce di età più giovani (a dire il vero il senatore del Vermont è leggermente avanti anche tra i giovani neri). Clinton avanti anche fra gli ispanici, per quanto la sua leadership appaia oggi decisamente ridimensionata rispetto a un tempo. Consapevole che senza il supporto degli ispanici la nomination può saltare, la ex first lady sta puntando a recuperare consenso proprio in questo segmento etnico. Da segnalare, a tal proposito, il recente spot (pubblicato alla vigilia dei caucus) in cui la Clinton appare intenta a rassicurare una bimba ispanica in lacrime per il rischio di essere “deportata” fuori dagli Stati Uniti.

Con molta probabilità, Hillary vincerà l’imminente sfida del South Carolina, forse anche con 20 punti di vantaggio. Sanders, però, è convinto di potercela ancora fare. Nelle ultime tre settimane i sondaggi hanno dimezzato il gap con la Clinton, che oggi è di poco superiore al 5% mentre per la prima volta una rilevazione su base nazionale – commissionata dalla Fox News – ha evidenziato un vantaggio da parte di Bernie Sanders. La svolta dovrebbe arrivare già nel “Super Tuesday”, martedì prossimo, quando  ben  Stati saranno chiamati a votare per la nomination. È lì che la Clinton dovrà fare i conti col suo popolo, e rendersi conto se, dopo la cocente delusione del 2008, è questa la volta buona.

L'autore: Antonio Folchetti

Classe ’92, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre, sto proseguendo gli studi magistrali presso l'Università di Urbino. Mi interesso prevalentemente di policy making, competizione intrapartitica, sistemi elettorali e comportamento elettorale, anche locale. Collaboro con Termometro Politico dall’aprile 2014. Seguimi anche su twitter: @AntFolchetti
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