Usa 2016: Cruz e Sanders possono ancora sperare

Pubblicato il 9 Marzo 2016 alle 14:08 Autore: Antonio Folchetti
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Usa 2016: Cruz e Sanders possono ancora sperare

Le primarie americane si fanno sempre più appassionati, a differenza del loro corrispettivo “ibrido” italiano. La settimana appena trascorsa ha visto una serie di consultazioni, distribuite tra sabato e martedì, che hanno riequilibrato l’assetto dei delegati, dopo che il Supermartedì aveva visto la vittoria – più o meno netta – di Donald Trump e Hillary Clinton.

Repubblicani: Florida e Ohio saranno decisivi

Nel Partito Repubblicano sono già stati assegnati il 42% dei delegati che alla convention di luglio proclameranno il candidato ufficiale alla Casa Bianca. Una convention che già si preannuncia bollente, data la sempre più probabile affermazione di Donald Trump, che l’establishment del partito ormai detesta quasi più della Clinton. Dopo il “pareggio” nei quattro Stati dove si era votato nella giornata di sabato, Trump ha ripreso quota la scorsa notte aggiudicandosi altri tre Stati: Michigan, Mississippi e le Hawaii. Il magnate newyorkese – incurante delle accuse che gli sono arrivate nei giorni scorsi da un redivivo Mitt Romney (liquidato da Trump come un perdente) – accumula così nuovi preziosi delegati, toccando così quota 446, un centinaio in più di quelli finora totalizzati da Ted Cruz, rimasto l’unico candidato che ha ancora qualche speranza di strappare a Trump la nomination. Dopo aver vinto a sorpresa in Kansas e in Maine, Cruz ha conquistato stanotte anche l’Idaho, poco rilevante in termini numerici ma sufficiente per poter non parlare di una batosta. Il partito (sia la base che il vertice) sembra ormai propendere verso il senatore del Texas come candidato anti-Trump, in un clima tutt’altro che entusiasta, dato anche la scarsa simpatia di cui Cruz gode nell’ambiente, anche tra i suoi stessi colleghi al Senato. Ma è l’unico che fino è stato in grado di creare concretamente qualche grattacapo a Donald Trump. Pertanto, al partito tocca far buon viso a cattivo gioco.

TedCruz

Ted Cruz

Va a picco giorno dopo giorno invece la candidatura di Marco Rubio, il giovane senatore della Florida, troppo presto celebrato come astro nascente del neoconservatorismo americano, che questa notte non ha visto salire il numero dei delegati in suo favore neanche di un’unità. Il plebiscito del 73,8% che gli ispanici di Puerto Rico gli avevano riservato domenica scorsa appare poco più che consolatorio per Rubio, il quale giocherà la sua ultima chance martedì prossimo nelle primarie che interesseranno, tra gli altri, anche la Florida. Qui la sfida assume una doppia importanza, dal momento che i 99 seggi andranno al candidato che otterrà più voti, a prescindere da percentuali e soglie di sbarramento. In caso di vittoria, Rubio si accaparrerà una quota non indifferente di delegati, che gli permetterebbe non solo di restare ancora in gara, ma anche di mettere sul piatto della bilancia un consistente bottino quando si arriverà alla conta finale, un bottino che potrà far valere per rivendicare la candidatura alla vicepresidenza in cambio di un appoggio a Cruz. Discorso più o meno analogo per John Kasich, candidato di bandiera del fronte moderato, ormai rimasto gara solo al fine di conquistare i 66 delegati dell’Ohio (di cui è governatore) dove però, secondo i sondaggi, è ancora Trump ad essere in testa. Non si esclude, inoltre, che Trump potrebbe offrire proprio a John Kasich la candidatura a vicepresidente, sia in funzione strategica per sbarrare la strada all’ipotetico (ma poco probabile) ticket Cruz-Rubio, sia per ricompattare un partito che appare già rassegnato a perdere la sfida finale, e che sembra intenzionato a decentrare da Washington le risorse di mobilitazione, puntando invece a rafforzare i singoli candidati al Senato. Riconfermare la maggioranza nei due rami del Congresso sarebbe già un buon risultato, quantomeno per rendere la vita più difficile all’eventuale futuro inquilino – di marca democrat – della Casa Bianca.

Democratici: dal Michigan un gradito regalo a Sanders

Sul fronte democratico, stanotte è arrivato un risultato del tutto inatteso. Bernie Sanders ha vinto le primarie del Michigan, consolidando la scia positiva che lo sta accompagnando nelle ultime settimane e permettendogli di incrementare seggi. Infatti, dopo Kansas, Nebraska e Maine, lo stato del Michigan ha regalato questa notte una vittoria che probabilmente neanche lo stesso senatore si aspettava, date le previsioni. A dire il vero, i primi a non crederci erano i suoi stessi supporters, come dimostrato nel collegamento della CNN che ha mostrato il comitato di Sanders totalmente vuoto. Hillary Clinton ha potuto però consolarsi con l’83% conquistato nell’altro Stato in cui i democratici sono stati chiamati alle urne, il Mississippi, a dimostrazione che nel Sud non c’è partita. Proprio a partire da questo dato, però, è interessante riflettere. L’analisi territoriale del voto democratico, infatti, ci dimostra che la Clinton continua a trionfare nelle aree meridionali del paese – favorita dalla consistente presenza di neri e di elettori moderati – mentre fatica molto nelle aree restanti del paese, dove quando va bene vince per un pugno di voti (vedi Iowa, Nevada o Massachusetts). Non a caso, lo storico degli Stati Uniti Arnaldo Testi afferma che domandarsi se Hillary Clinton sia in grado di vincere fuori dal Sud non appare più come una provocazione infondata.

Bernie Sanders

Bernie Sanders

Anche qui dipenderà molto dalle due settimane (tra gli Stati al voto entro il 22 marzo ci sono Florida, Illinois, Ohio e North Carolina, che da soli valgono il 15% dei delegati complessivi) e tutte le previsioni sono ovviamente a favore della ex first lady, tanto che alcuni bookmakers neanche più quotano la sua nomination. Ciò che invece assume rilevanza è il ruolo che Bernie Sanders si è ritagliato nel corso di questa campagna elettorale. Sanders ha tutto da guadagnare da questa competizione, ne è perfettamente consapevole e per questo resterà in campo fino alla fine. A prescindere da valutazioni politiche, è innegabile che il successo raccolto dal senatore “socialista” del Vermont rappresenta non più una grana per l’establishment del partito, ma uno strumento da utilizzare a proprio vantaggio. La prima ad accorgersene è stata la stessa Hillary, che ha ormai da tempo accantonato la tattica dell’attacco frontale, in favore di un comportamento assai più conciliante. Lo si è visto anche nel corso dell’ultimo dibattito, quando ha indirettamente elogiato il fair play dell’avversario, contrapponendo i toni “civili” del confronto dem allo spettacolo ben poco edificante dei dibattiti repubblicani.

Dalla stampa americana cominciano ad emergere delle indiscrezioni su una possibile proposta di vicepresidenza a Bernie Sanders, se non altro per il grande appeal di cui egli gode tra categorie come i giovani, gli insegnanti, i lavoratori del pubblico, gli operai. La vicepresidenza, che in termini concreti di “potere” conta assai poco, ha però un’importanza simbolica piuttosto elevata. Una mossa che, se ben ponderata, potrebbe accontentare sia i più moderati (gelidi su un possibile coinvolgimento di Sanders in ruoli governativi) sia l’anima liberal del partito, che vedrebbe finalmente riconosciuto il suo peso.

L'autore: Antonio Folchetti

Classe ’92, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre, sto proseguendo gli studi magistrali presso l'Università di Urbino. Mi interesso prevalentemente di policy making, competizione intrapartitica, sistemi elettorali e comportamento elettorale, anche locale. Collaboro con Termometro Politico dall’aprile 2014. Seguimi anche su twitter: @AntFolchetti
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