26/07/2016

Crisi, gli italiani saranno sempre più poveri

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Divieto di circolazione delle auto private nei giorni festivi, riduzione dell’illuminazione pubblica del 40%, bar e ristoranti obbligati a chiudere entro la mezzanotte e le trasmissioni televisive interrotte già un’ora prima con il TG1 spostato dalle 20:30 alle 20:00: era il 22 novembre del 1973 quando il Consiglio dei Ministri approvò queste ed altre norme per far fronte alla crisi energetica che aveva colpito i paesi occidentali a seguito del blocco dei rifornimenti di petrolio verso l’Occidente da parte dei paesi arabi a causa della guerra del Kippur.

In quei giorni gli italiani familiarizzarono per la prima volta con un termine che sarebbe tornato ad infestare le loro notti poco meno di quarant’anni dopo: austerity. Giorni difficili nei quali si paventò persino un ritorno all’età della pietra.

La crisi del ’73, invece, come sappiamo, non durò a lungo e i decenni successivi sono stati costellati da un lungo periodo di crescita economica. Una nuova luccicante età dell’oro bruscamente interrotta dalla crisi finanziaria del 2008. Il termine austerity ha ricominciato a rovinare i sonni degli italiani ma questa volta le cose sono diverse: non più una crisi geopolitica passeggera, ma il vero e proprio crollo di un sistema, la fine di un’epoca.

Dal 2011 ad oggi le condizioni di vita della stragrande maggioranza delle famiglie italiane è notevolmente peggiorata e il peggio sembra debba ancora venire.

Crisi, una generazione perduta

Secondo una recente ricerca realizzata dal McKinsey Global Institute, in 25 Paesi sviluppati tra il 2005 e il 2014 per il 65-70% delle famiglie, ossia per circa 540 milioni di persone, il reddito è calato o rimasto stagnante.

Questa nuova ricerca scatta una cruda fotografia del processo di impoverimento che ha colpito milioni di persone nel cosiddetto mondo sviluppato. Come sottolineato nella presentazione di questo paper, emblematicamente intitolato Poorer than their parents? A new perspective on income inequality, la maggior parte delle persone è cresciuta con l’idea che avrebbe guadagnato di più rispetto ai propri genitori e, per diversi decenni a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la realtà ha corrisposto all’attesa. Ora, però, le cose sono drammaticamente cambiate.

Analizzando gli ultimi dati disponibili, gli autori della ricerca evidenziano come l’81 % delle famiglie statunitensi ha un reddito stagnante o in calo. Non va molto meglio nel Regno Unito o in Olanda dove il 70% delle famiglie si trova ad affrontare questa difficile condizione e neanche in Francia dove le famiglie con un reddito in calo o stagnante sono il 60%.

La situazione peggiore, tuttavia, si registra in Italia: nel 2014 nel nostro paese addirittura il 97% delle famiglie ha un reddito in calo o stagnante.

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 Per quanto concerne l’Italia, inoltre, se si confronta l’arco temporale che va dal 2005 al 2014 (linea blu) con quello del decennio precedente (1993-2005- linea arancione), la gravità della situazione emerge in tutta la sua drammaticità: tutti i fattori presi in considerazione sono notevolmente peggiorati.

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Crisi, il peggio deve ancora venire?

Che la crisi economica del 2008 non possa essere considerata come un fenomeno passeggero, è un dato condiviso da molti osservatori. Anche nella ricerca del McKinsey Global Institute emerge come, sia da un punto di vista della percezione individuale, sia da un punto di vista squisitamente economico, il prossimo futuro sembra possa essere ancora più fosco dei già difficili anni che lo hanno preceduto.

In un’indagine realizzata all’interno di questa ricerca è emerso che un terzo delle persone che non hanno visto crescere il loro reddito ritiene che le condizioni economiche dei propri figli continueranno a peggiorare.

Nella ricerca vengono delineati due scenari possibili, uno qualora la crescita economica dovesse continuare a rallentare ed un altro qualora, invece, i paesi sviluppati dovessero vivere un nuovo periodo di forte crescita economica.

Nel primo caso la percentuale di famiglie con reddito stagnante o in calo potrebbe salire intorno al 70-80% nei prossimi dieci anni. Neanche nel secondo scenario il problema svanirebbe: gli effetti benefici della maggior crescita potrebbero essere infatti vanificati dalla contemporanea crescita di forza lavoro automatizzata.

Nonostante gli autori della ricerca concludano la presentazione del loro lavoro con una vena di ottimismo spiegando quali misure possano essere attuate per frenare questo drammatico trend, il rischio che i nostri guadagneranno ancor meno di quanto percepiamo noi oggi è più che concreto.