Moschee italiane: chi ne finanzia la costruzione?

Pubblicato il 28 Luglio 2016 alle 15:29 Autore: Redazione
grande moschea di roma moschee italiane

Moschee italiane: Eboli ma non solo, chi ne finanzia la costruzione?

Santa Cecilia, frazione del Comune di Eboli (SA) con poco più di 1500 abitanti. Nonostante la piccola dimensione e l’esiguo numero di abitanti, Santa Cecilia è al centro di una polemica che ha assunto rilevanza nazionale: la costruzione di una nuova moschea, che sia più capiente di quella già esistente, insufficiente per ospitare tutti i musulmani della zona. L’immobile è già stato individuato. Si tratta di un capannone di 700 mq nel centro del paesino. Il prezzo richiesto dal privato venditore è 600mila euro. «I soldi ci sono», sottolineano i capi religiosi della zona. Ma da dove arrivano? La risposta a questa domanda è complicata.

Solitamente, in Italia i soldi per le costruzioni delle moschee arrivano da finanziamenti esteri, benefattori o donazioni di fedeli. Per dare un’idea delle sole offerte da parte dei fedeli, a Milano con la sola Sadaqua (elemosina non obbligatoria che i fedeli versano ogni venerdì nelle casse della propria moschea), si raccolgono circa 12mila euro, quasi 600mila euro all’anno. Alla Sadaqua si aggiunga la quota obbligatoria (circa 10 euro) che ogni buon musulmano pubere e in possesso delle sue facoltà mentali deve versare ogni anno in occasione della festa islamica Eid Al-Fitr, offerta che coinvolge la maggior parte dei musulmani in Italia.

Ma, come detto sopra, esistono altre possibilità di finanziamento, come i versamenti esteri da parte di alcune organizzazioni. Per fare degli esempi, si consideri la costruzione della Grande Moschea di Roma, una delle più grandi dell’Occidente, inaugurata nel 1995 dopo 11 anni dall’inizio della sua costruzione. La struttura è costata più di 90 miliardi delle vecchie lire. La sua realizzazione è stata finanziata essenzialmente dalle donazioni dell’Arabia Saudita e del Marocco, mentre per il suo mantenimento arrivano 400mila euro all’anno dalla Rabitah (la lega musulmana mondiale).

A Milano, invece, la struttura della Coreis (Comunità religiosa islamica italiana) di 300 mq è costata più di un milione di euro. Oltre alle offerte dei fedeli, la maggior parte del denaro è stata fornita da istituzioni islamiche: la Lega musulmana mondiale, l’organizzazione libica Wics (World islamic call society) e il Ministero degli Affari religiosi del Kuwait. Infine, la moschea di Torino è stata finanziata dal Ministero per gli Affari religiosi del Marocco (Habous), che ha donato 2milioni di euro all’Umi (Unione dei musulmani in Italia) per poterla realizzare.

Moschee italiane: le altre iniziative

Ma le iniziative di questo genere, in realtà, sono la minoranza. Solitamente, in Italia queste ingenti somme di denaro, necessarie al finanziamento di opere religiose islamiche, vengono gestite da semplici associazioni, il che rende spesso poco chiara la tracciabilità del denaro, sia in entrata che in uscita. Infatti, come fanno osservare molti studiosi, in Italia non esistono le waqf. «Nel diritto italiano l’istituto più vicino al waqf è la fondazione» spiega Ahmad Gianpiero Vincenzo, docente di  Diritti confessionali all’Università Federico II di Napoli. «Introducendole sotto forma di fondazioni, lo Stato potrebbe verificare se le attività siano svolte secondo uno scopo predefinito, come gestire una scuola o una moschea, e non nascondano interessi di altra natura. Peraltro – aggiunge il docente – nella maggior parte dei paesi islamici i beni waqf sono stati nazionalizzati, tanto che è istituito il Ministero degli Awqaf che amministra anche le fondazioni pie a carattere religioso. Questa che ci stiamo trovando davanti è un’anomalia che si è creata all’interno del territorio italiano al di fuori del diritto italiano».

In questo senso, un caso molto interessante è rappresentato dalla denuncia, nel 2010, di Mohamed Asafa, Presidente della Casa della cultura islamica di Milano. Pensando di imbattersi in un waqf islamico, intesta, sulla fiducia, tutti i soldi raccolti negli anni dalla comunità musulmana (circa 1,2milioni di euro) al Waqf al Islami, al fine di comprare un’immobile da adibire a moschea. Ma non si trattava di un vero waqf. Era ed è una semplice associazione dell’UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia. Waqf al Islami non solo si rifiuta di ridare i soldi alla Casa della cultura islamica di Milano, ma utilizza il milione di euro per acquistare l’immobile che Asafa e i suoi (che ci tengono a sottolineare di essere una comunità indipendente) avevano individuato per realizzare la moschea.

Ritornando alla moschea di Santa Cecilia, i capi religiosi di zona hanno mostrato al sindaco, Massimo Cariello, i nomi di coloro che hanno donato il denaro per comprare il capannone da adibire a luogo di culto. Ancora non sono trapelati i nomi dei finanziatori. Rimane il fatto che il primo cittadino, la sua maggioranza e i residenti continuano ad essere scettici. Ma questo scetticismo, come sottolineano varie dichiarazioni di politici e cittadini ebolitani, non è legato alle ombre sul finanziamento della moschea, che rimane, agli occhi di molti, problema accessorio.

Camilla Ferrandi

L'autore: Redazione

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