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pubblicato: sabato, 6 agosto, 2016

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Elezioni USA: Gary Johnson è un vero terzo incomodo?

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Elezioni USA: Gary Johnson è un vero terzo incomodo?

Gary Johnson, candidato del Partito Libertariano, potrebbe davvero essere il terzo incomodo nella corsa alla Casa Bianca? La risposta a questa domanda potrebbe aiutare notevolmente nell’analisi di quello che potrebbe accadere alle elezioni presidenziali USA del prossimo 8 novembre, in cui si sceglierà il successore di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti d’America.

Stando al trend dei sondaggi, l’effetto Johnson sembra iniziare leggermente a scemare, sebbene non pare aver subito particolari contraccolpi dai cosiddetti convention bounce, ovvero l’effetto rimbalzo – tra i repubblicani prima e tra i democratici poi – provocato dalle convention di Cleveland e Philadelphia che hanno sancito la nomination ufficiale di Donald Trump e Hillary Clinton come candidati dei due principali partiti.

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Nell’analisi effettuata da The Upshot – New York Times, i sondaggi degli ultimi giorni vedrebbero Johnson attorno al 10%, un dato in leggero calo rispetto a quello antecedente alle convention nazionali dei due principali partiti. Più specificamente, le oscillazioni nel consenso registrato da Johnson nelle ultime settimane sembrano assestarsi mediamente tra il 10 e l’11%, senza subire così particolari variazioni.

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Come segnalato dallo storico dei precedenti terzi candidati alla Casa Bianca, le ultime 10 settimane prima del voto possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. Nel caso di John Anderson – terzo incomodo alle presidenziali del 1980 – il consenso registrato nei sondaggi condotti a circa 5 mesi dal voto subì un vero e proprio crollo, dimezzandosi sino al 10% circa subito prima del voto, un dato poi ulteriormente ridimensionato alle urne, che videro Anderson raccogliere appena il 6.6% sul piano nazionale.

In altri casi – come per Ross Perot nel 1996 e Ralph Nader nel 2000 – le ultime settimane prima dell’election day contribuirono a stabilizzare il proprio consenso e – addirittura – ad incrementarlo leggermente, sebbene con dati superiori a quello che sarebbe poi stato il verdetto delle urne, che vide Ross Perot raccogliere l’8% e Nader il 2.7%.

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Citazione a parte merita invece il 1992, con Ross Perot che vide il suo consenso nei sondaggi letteralmente precipitare tra la diciottesima e la quarta settimana antecedente al voto – passando dal 37 a poco più del 10% – per poi operare una pregevole rimonta negli ultimi 20 giorni prima dell’election day, chiudendo la fase dei sondaggi al 17% (2 punti in meno di quello che sarebbe stato il suo risultato alle urne, record nella storia USA per un candidato al di fuori dei due principali partiti).

Elezioni USA: Gary Johnson è un vero terzo incomodo?

In realtà, nel caso di Johnson i sondaggi evidenziano un consenso molto meno volatile rispetto a quello registrato dagli altri terzi candidati durante lo stesso periodo delle precedenti elezioni presidenziali USA. Lo scarso effetto dei due convention bounce sembra essere un’ulteriore conferma di ciò.

Ma quante speranze ha Johnson di conquistare qualche Grande Elettore? Pressoché nulle. Stando alle previsioni degli esperti di Fivethirtyeight, Johnson alle urne potrebbe conquistare tra il 5 e l’8% del consenso su scala nazionale, un dato però insufficiente per la conquista di Grandi Elettori. Inoltre – come sottolineato in un sondaggio condotto da Gallup – Johnson sembra scontare anche un basso livello di notorietà nell’elettorato, risultando noto ad appena uno statunitense su 3, un dato addirittura dimezzato (o più) rispetto a quello di altri terzi candidati degli ultimi 20 anni, come Ross Perot e Nader.

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Più interessante potrebbe essere invece cercare di capire quanto la sua presenza possa essere determinante nei cosiddetti swing states, quelli considerati in bilico e perciò decisivi per orientare le presidenziali USA 2016. Come per esempio in Florida, dove il candidato del Partito Libertariano è accreditato del 4-5%, percentuali che potrebbero essere decisive per la conquista dei 29 Grandi Elettori di uno Stato che – come nelle famose presidenziali del 2000 – potrebbe davvero rappresentare la sfida decisiva per la corsa alla Casa Bianca.

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