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pubblicato: giovedì, 25 agosto, 2016

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Isis: Erdogan e la strategia del pazzo

isis, turchia

Isis: Erdogan e la strategia del pazzo

Tra mercoledì e giovedì, senza incontrare alcuna particolare resistenza, almeno una quarantina di carrarmati turchi sono penetrati in territorio siriano. In breve tempo, le manovre dei tank e dei caccia di Ankara hanno permesso a circa 2mila ribelli del Free Syrian Army (FSA) di “fare pulizia” delle milizie dell’Isis che da 2 anni controllavano la città-chiave a bordo confine di Jarablus. La battaglia è durata appena 14 ore.

Il governo di Assad ha ovviamente condannato l’intervento turco: una palese “aggressione” fanno notare da Damasco che avrà come risultato quello di “sostituire un’organizzazione terroristica con un’altra”. Tuttavia, nonostante il sostegno concesso al FSA durante questa importante operazione e la cantilenante condanna dei vertici politici siriani, nel fine settimana, per la prima volta, il premier turco Binali Yldirim ha ammesso che la transizione post-conflitto dovrà prevedere anche il dialogo con il Presidente Bashar al Assad.

Isis: Erdogan e la strategia del pazzo

Sembra proprio che la Turchia stia giocando la “carta del pazzo” nell’estenuante partita con in palio la Siria: anche se l’obiettivo è manifesto (neutralizzare le ambizioni curde), ogni mossa è diventata “imprevedibile” e allora l’alleato russo – “profonda preoccupazione per un’ulteriore aggravamento del conflitto” si dichiara dal Cremlino – come quello americano trattano con le molle Erdogan che da parte sua pare ossessivamente continuare a ripetere, a maggior ragione dopo il tentato colpo di mano ai suoi danni (con tutta probabilità ordito negli Usa): non pensate di poter stabilizzare la regione senza pagarmi il dazio (rimanere al potere, d’altronde, in Turchia non si vincono le elezioni senza avversare in ogni modo i curdi), farò saltare il tavolo (l’Isis continua a mantenere il controllo di una buona parte di Siria e Iraq e attacca l’Occidente e la Turchia stessa) a qualsiasi costo se mi escluderete dal futuro siriano. Perché questo significa concedere l’autonomia ai curdi nel nord del paese.

Certo, l’iniziativa sarebbe utile alle “superpotenze” per far terminare la guerra – sempre più insostenibile economicamente e politicamente – il prima possibile (un’offensiva coordinata di truppe a terra e aviazione e gli jihadisti si sciolgono come una noce di burro in padella): darebbe il via al tanto apprezzato, dalle cancellerie di mezzo mondo, “spezzettamento” della Siria, concedendo a tutti la propria sfera d’influenza – tranne alla Turchia però – motivando ancor di più gli armati curdi, animati legittimamente dal sogno indipendentista e, finora, dimostratisi i più adatti a combattere l’Isis boots on the ground.

D’altra parte, almeno per il momento, la strategia di Erdogan sembra dare i suoi frutti: l’avanzata curda verso occidente al momento risulta bloccata. Il Segretario di Stato americano John Kerry in mattinata ha comunicato che le Unità di Protezione Popolare (YPG) si stanno muovendo sulla sponda est dell’Eufrate. Le autorità turche, allora, si sono affrettate a dichiarare “abbiamo il diritto a intervenire” nel caso in cui le forze curde dovessero passare il fiume. Joe Biden, numero 2 della Casa Bianca, già nella giornata di ieri aveva pensato a tranquillizzare Ankara: lo scavalcamento comporterà la perdita del sostegno americano. Basterà una provocazione e sarà faccia-a-faccia tra forze armate turche e milizie curde.

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