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pubblicato: lunedì, 12 settembre, 2016

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Dai paradisi fiscali al 64% di tasse dell’Italia, un mondo diviso, e le grandi aziende si trasferiscono

paradisi fiscali, barre e nomi di aziende

Dai paradisi fiscali al 64% di tasse dell’Italia, un mondo diviso, e le grandi aziende si trasferiscono

L’Italia è il Paese occidentale in cui la tassazione totale è più alta, almeno secondo il Sole 24 Ore su dati della Banca Mondiale, il 64,8%, anche più di quella di Paesi con mano notoriamente pesante, come il 62,7% della Francia, il 58,4% del Belgio, il 51, 7% dell’Austria.

La Francia e il Belgio sono anche tra i pochi Paesi che spendono rispetto al PIL più di noi, d’altronde.

La variabilità è enorme, anche all’interno della stessa UE, alla faccia della convergenza. Si va dal 25,9% del’Irlanda, che come corporate tax pura ha il famoso 12,5% su cui tante fortune ha costruito negli ultimi 20 anni, al 20% della Croazia dove la tassazione totale corrisponde alla corporate tax del 20%, al 32% del Regno Unito al 48,8% della Germania.

La corporate tax italiana (di fatto IRES e IRAP) non è la più alta, essendo del 31,4%, minore di quella francese, 36,6%, di quella belga, 34%, non lontana da quella tedesca, 29,8%, e quindi il primato nel total tax rate viene raggiunto a causa delle imposte sul lavoro, sul quelle locali, balzelli vari sugli immobili, sui rifiuti, sulle transazioni finanziarie, e certamente questo cambia da azienda ad azienda in base all’organizzazione e alle scelte della stessa, ma in media è appunto al 64,8%, una cifra altissima che spaventa le imprese attuali e scoraggia molte di quelle nuove

paradisi fiscali, grafici a barre con percentuali

I paradisi fiscali fanno parte ormai della vita delle multinazionali

Il rimedio, ormai da decenni, si chiama “paradiso fiscale”. Ovvero quei Paesi, piccoli e grandi, ma più spesso piccoli, in cui viene offerta una tassazione decisamente più bassa della media, oltre alla possibilità, spesso, di personalizzare ulteriormente gli accordi fiscali, come abbiamo visto con il caso Apple in Irlanda.

Di fatto si chiama di free riders, ovvero sistemi che approfittano dell’esistenza di regimi fiscali “normali” per grantire la propria esistenza. Se tutti i Paesi adottassero per esempio una corporte tax del 12,5% l’Irlanda andrebbe incontro a seri problemi, visto che di fatto solo le poche aziende irlandesi avrebbero a quel punto di rimanere in Patria, non certo le multinazionali attuali.

Non solo Apple, infatti. Secondo il Sole 24 Ore il marchio più famoso al mondo, la Coca Cola, ha spostato 33,3 miliardi nelle isole Cayman, in Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Singapore.

La Pepsi ha battuto la storica rivale ha collocato 37,8 miliardi tra Gibilterra, Barbados, Cayman, Singapore, Paesi Bassi, Panama, ecc

La Nike ne ha messi 8,3 alle Bermuda per non pagare circa 2,3 miliardi al fisco USA.

Procter & Gamble, che possiede innumerevoli marchi nel settore del consumo quotidiano, dall’igiene personale al food, ha spostato 45 miliardi nei soliti posti, tra Costa Rica, Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo, Hong Kong, ecc.

Le prime 500 aziende americane hanno distolto dal fisco circa 2100 miliardi di euro in totale, è stato calcolato.

Alle aziende più antiche si sono aggiunte ora quelle del digitale, come Apple (che ha concordato con l’Italia il versamento di più di 800 milioni di imposte, ma ne dovrebbe 60 miliardi agli USA), o Google, che alle Bermuda ha spostato 47 miliardi.

I Paesi Bassi sono la destinazione preferita dalle multinazionali, si veda anche la nostra FCA (ex FIAT),  seguiti da Singapore, Hong Kong, Lussemburgo, Svizzera, Irlanda, Cayman, Bermuda, ecc, ma non mancano insospettabili come Bahrein e Macao.

paradisi fiscali, barre e nomi di aziende

La problematica di questi paradisi fiscali è legata alla legalità delle aliquote applicate e alla sovranità.

Di fatto ora solo la UE è riuscita a frenare il fenomeno. Uno Stato è sovrano e se le istituzioni interne consentono non solo determinate aliquote ultra-vantaggiose, ma persino gli accordi personalizzati fatti con le singole multinazionali, dall’esterno si possono fare pressioni politiche, ma non molto di più, a meno che, come nel caso dell’Irlanda e della UE, vi sia un obbligo da parte dello Stato membro di rispettare alcuni principi come il divieto di aiuti di Stato, che quini eliminano la possibilità di accordi particolari, come quelli con Apple, per esempio.

Il principio sollevato dalla UE è il più liberale di tutti, ovvero il rispetto della concorrenza con gli altri Stati con si è stretto un patto, e da cui nel corso degli anni l’Irlanda ha per esempio ricevuto molto denaro.

La strada per la sconfitta dei paradisi fiscali, che come free riders violano le leggi del libero mercato, passa per la cessione di sovranità. La sovranità appunto, che è quella che impedisce di agire sulla gran parte di questi paradisi, e che ora è il grande feticcio sia di nazionalisti per nulla liberisti, sia di ultra-libertari e di anarco-liberisti.

Questa inedita alleanza naturalmente vede come fumo negli occhi il progetto della UE, che però è l’unico a poter arginare con volontà politica (che forse manca negli USA) l’azzardo morale delle multinazionali, che non possono rinunciare a un mercato di mezzo miliardo di persone, e devono scendere a compromessi.

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