Pubblicato il 12/12/2016 Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio 2017 alle 15:45

Con la crisi non basta più il lavoro di uno solo in famiglia

autore: Camilla Ferrandi
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Con la crisi non basta più il lavoro di uno solo in famiglia

In Italia, il modello patriarcale della famiglia si è andato progressivamente ad esaurire. I cambiamenti in seno al nucleo familiare, iniziati negli anni 70/80 e andati affermandosi nei decenni successivi, erano il risultato della grande rivoluzione culturale, in cui la liberalizzazione sessuale spogliò la donna del dogma casalingo e la inserì nel mercato del lavoro. Oggi la situazione è molto cambiata. Donna o uomo che sia, è divenuta necessaria la collaborazione di entrambi i costituenti del nucleo familiare al mantenimento dello stesso. Quindi, anche laddove la famiglia patriarcale continuava a mantenersi, soprattutto nel sud Italia e tra gli operai (il 45,9% delle famiglie operaie ha un solo precettore di reddito), adesso sta scomparendo. E se da più punti di vista il superamento del patriarcato, anche negli ambienti in cui continuava a perdurare, può (e deve) essere visto positivamente, negativa ne rimane la causa: la crisi economica.

Con la crisi non basta più il lavoro di uno solo in famiglia

Se la recessione è in via di esaurimento, stessa cosa non si può dire della crisi sociale da essa generata. La disoccupazione, che è cresciuta ininterrottamente dal 2007 da circa il 6,6% al 13% nel quarto trimestre del 2014, picco durante la crisi, per assestarsi intorno all’11,6% da metà 2015 a fine 2016. La disoccupazione di lunga durata, da 12 mesi in su, pur essendo diminuita, coinvolge circa il 6% dei disoccupati, ovvero più della metà di questi ultimi. Dato, questo, da considerare con attenzione, visto che più a lungo si protrae lo stato di disoccupazione, più è difficile diventare nuovamente attivi sul mercato del lavoro.

La disoccupazione giovanile continua a rimanere alle stelle (circa il 37%), nonostante si sia ridotta di qualche punto percentuale negli ultimi due anni. Elevata e praticamente stabile dal 2014 la disoccupazione degli ultracinquantenni (6,5%), indice della difficoltà, soprattutto degli adulti, di reinserirsi nel mercato del lavoro una volta usciti. Considerato che nella maggior parte dei casi sono proprio gli ultracinquantenni disoccupati a far parte di un nucleo familiare con un unico lavoratore, è anche questo 6,5% a spiegare un altro importante indice che tarda a diminuire: la povertà assoluta. Sono 1 milione 582 mila le famiglie in povertà assoluta e 4 milioni 598 mila le persone. La mancanza di lavoro continua ad essere causa principale della povertà, le famiglie con a capo un disoccupato sono quelle con un indice di povertà assoluta più elevato e sono aumentate nel tempo. Dal 12,8%, si è passati al 14,5% del 2009 fino a superare il 20% nel 2013. Ad oggi sono al di sotto del 20% (19,8% al 2015). Nonostante la diminuzione rispetto al 2013/14, il dato rimane comunque allarmante.

Il modello dell’uomo che lavora per mantenere la sua famiglia, oltre ad essere “passato di moda”, è ad oggi divenuto insostenibile socialmente. E laddove era ancora in voga (come detto sopra, nel meridione e soprattutto tra le famiglie italiane operaie), tale modello ha aumentato la vulnerabilità dei nuclei familiari coinvolti. La crisi economica ha reso necessario il superamento del modello di uomo «breadwinner» anche laddove continuava a sopravvivere, innalzando il lavoro femminile a elemento non solo necessario, ma fondamentale, per proteggere la famiglia dalla povertà.

Crisi economica e crisi sociale non vanno di pari passo. L’effetto della crisi economica sulla società ha dei tempi più lunghi di esaurimento rispetto all’inversione di tendenza della recessione. E se il primo effetto immediatamente visibile è quello della disoccupazione e della soglia di povertà, non è da sottovalutare l’indice generale del benessere sociale. Una società più povera e disoccupata è una società impegnata solo (e giustamente) a “tirare avanti”. È una società meno colta, che non ha tempo di finire le superiori e andare all’Università. È una società arrabbiata e delusa, che non vedrà mai di buon occhio la sua classe dirigente, che continuerà a rimanere il nemico numero uno su cui puntare il dito per qualsiasi ingiustizia sociale. Una società povera e disoccupata è terreno fertile per la violenza, fisica e verbale. Una società povera e disoccupata è IL problema, quello che necessita di una soluzione quanto più veloce possibile. O se non di una soluzione, difficile da trovare, almeno di un’attenzione maggiore e più profonda, così da facilitarla.

Autore: Camilla Ferrandi

Nata nel 1989 a Grosseto. Laureata magistrale in Scienze della Politica e dei Processi Decisionali presso la Cesare Alfieri di Firenze e con un Master in Istituzioni Parlamentari per consulenti d'assemblea conseguito a La Sapienza. Appassionata di politica interna, collaboro con Termometro Politico dal 2016.
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