Elezioni Usa: le accuse agli hacker russi spiegate bene

Pubblicato il 30 Dicembre 2016 alle 17:37
Aggiornato il: 18 Gennaio 2017 alle 13:28
Autore: Guglielmo Sano
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Elezioni Usa: le accuse agli hacker russi spiegate bene

Secondo le autorità statunitensi le ultime presidenziali potrebbero essere state influenzate da attacchi di hacker russi. È vero. Ma non nel senso inteso da molti. Di solito, quando si parla di attacco informatico a un processo elettorale, si pensa a un intervento diretto sulle operazioni di voto. In pratica, l’attacco di pirati informatici avrebbe come obiettivo quello di cambiare il voto espresso dagli elettori. In questo caso, i russi avrebbero “spostato” le preferenze accordate a Hillary Clinton verso Donald Trump. In realtà, il vero obiettivo dell’hacking sono sempre i “dati”. Il caso americano non fa eccezione.

Elezioni Usa: le accuse agli hacker russi spiegate bene

L’hackeraggio in questione riguarderebbe, infatti, i database dei Democratici e gli account mail personali dei più influenti membri del partito. Quello dell’ex presidente del comitato nazionale democratico Debbie Wasserman Schultz, per esempio, ma anche quello di John Podesta, responsabile della campagna della Clinton. Oltre a quello dello stesso candidato democratico.

Gli hacker russi, in pratica, avrebbero diffuso i materiali ritenuti più scomodi per la reputazione della Clinton, causandone – di fatto – la sconfitta, anche grazie alla diffusione di notizie false sui social network (personaggi collegati ai servizi russi avrebbero messo su delle vere e proprie “troll factory”).  Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato, secondo quanto ricostruito dal contro-spionaggio Usa, anche ad alcuni esponenti GOP, “colpevoli” di essersi schierati contro Trump (il Partito Repubblicano ha negato violazioni dei propri database).

Gli investigatori americani pensano che questo sia bastato a manipolare il voto in modo netto. Anche perché non si ha notizia di alcun riscontro rispetto a eventuali manomissioni del voto elettronico. L’unico che potrebbe prestarsi ad operazioni di hacking su larga scala. Il 70% degli elettori americani ha a disposizione macchinari che lasciano tracce su carta. Solo 15 Stati utilizzano sistemi completamente virtuali. D’altra parte, le macchine utilizzate per votare, come è ovvio, non sono connesse a internet, quindi, chiunque volesse manometterle dovrebbe operare “fisicamente” su ciascun terminale.

L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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