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pubblicato: sabato, 25 febbraio, 2017

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Lega Nord condannata per la parola clandestini ma anche il Governo la utilizza

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Lega Nord condannata per la parola clandestini ma anche il Governo la utilizza

I migranti e i richiedenti asilo non sono “clandestini”. Il tribunale di Milano mette un punto fermo su una questione che ha implicazioni lessicali, giuridiche e morali. Con un’ordinanza del 22 febbraio il giudice Flamini ha infatti condannato per discriminazione la Lega Nord per l’affissione di cartelli contenenti espressioni come “Saronno non vuole clandestini”, “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse”,“Renzi e Alfano complici dell’invasione”.

Lega Nord condannata per la parola clandestini ma anche il Governo la utilizza

L’uso del termine clandestino per identificare chi si trova in Italia in quanto richiedente asilo è innanzitutto erroneo da un punto di vista lessicale e giuridico, dal momento che chi presenta domanda di asilo sta esercitando un suo diritto fondamentale e la sua non è dunque una permanenza irregolare sul territorio.

L’ordinanza del tribunale di Milano, inoltre, ha evidenziato la valenza “gravemente offensiva e umiliante” del termine “clandestino”, che ha l’effetto “non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti”.

Il caso risale all’aprile dello scorso anno, quando a Saronno (provincia di Varese), la sezione cittadina della Lega Nord organizzò un presidio per protestare contro l’arrivo in città di un gruppo di 32 richiedenti asilo. Manifestazione colorata da alcuni cartelli recanti le frasi sopracitate.

A metà ottobre Asgi (Associazione Studi giuridici sull’immigrazione) e il Naga (associazione volontaria di assistenza socio sanitaria e per i diritti di cittadini stranieri stranieri, rom e sinti) presentarono al tribunale civile di Milano un’azione civile contro la discriminazione per le dichiarazioni comparse sui manifesti e rilasciate a mezzo stampa.

Nell’accogliere il ricorso il tribunale ha spiegato che a nulla vale appellarsi all’articolo 21 della Costituzione in materia di libertà di pensiero, principio su cui prevale la tutela della pari dignità e dell’eguaglianza delle persone: “Nel bilanciamento delle contrapposte esigenze – entrambe di rango costituzionale – di tutela della pari dignità, nonché dell’eguaglianza delle persone, e di libera manifestazione del pensiero, deve ritenersi prevalente la prima in quanto principio fondante la stessa Repubblica”.

In attesa di osservare se e come questa sentenza potrà rappresentare un importante precedente, e quindi giocare un ruolo nel dibattito politico sul tema dell’immigrazione, è importante notare come il termine “clandestino” sia stato utilizzato ripetutamente (e impropriamente) nella versione italiana del documento sul patto siglato recentemente dal Governo italiano e quello libico.

Lo ha denunciato – chiedendo la cancellazione di quella parola dal testo – l’Associazione Carta di Roma, impegnata nel chiedere il rispetto del codice deontologico che i giornalisti italiani si sono dati in relazione ai servizi dedicati a richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti.

In una lettere inviata nelle scorse settimane al presidente del Consiglio, al presidente della Camera e al presidente del Senato, si sottolinea come sempre più spesso l’utilizzo del termine clandestino non sia “frutto di distrazione o di disinformazione, ma della volontà di affermare un’idea aprioristicamente negativa, e xenofoba, dell’immigrazione” e che dunque “la sua ricomparsa sistematica nel testo dell’intesa tra il governo italiano e il governo libico nei fatti accredita l’idea che gli immigrati non siano esseri umani, titolari di diritti, ma nemici da combattere”.

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