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pubblicato: martedì, 3 ottobre, 2017

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Rousseau e le tristi fantasticherie. Discorso sulla disuguaglianza

Rousseau

Rousseau e “le tristi fantasticherie”. Discorso sulla disuguaglianza

Tra il 1753 e il 1754 Jean-Jacques Rousseau compone il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini, uno scritto col quale presenta la sua opinione in merito alla questione delle radici della disuguaglianza.

Il parere di Rousseau è chiaro: le cause dell’ineguaglianza hanno un intimo legame con l’ordine sociale. Secondo il filosofo lo stato civile non ha semplicemente sostituito lo stato di natura, ma si è sviluppato depravando l’autentica natura umana. Il progressivo incivilimento viene caratterizzato da Rousseau come una progressiva degenerazione per la quale non c’è rimedio. L’uomo sarebbe soggetto, dunque, ad una “caduta” irreversibile.

In una lettera allo stesso Rousseau, il suo rivale Voltaire sbeffeggia il contenuto del Discorso, dichiarando di non aver mai osservato prima d’allora un tale sforzo d’ingegno teso a generare negli uomini “il desiderio d’esser bestie”. Commenta ancora, con cruda ironia, che dopo aver letto quello scritto vien quasi “voglia di camminare a quattro zampe”. All’aspra critica di Voltaire Rousseau risponde dicendo di avere offerto in quel testo solo un abbozzo delle sue “tristi fantasticherie”.

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Rousseau: lo stato di natura

Con la sua narrazione Rousseau non pretende di esporre eventi storici, ma tenta di costruire dei ragionamenti ipotetici sul passaggio dalle condizioni naturali dell’uomo alle condizioni proprie della civiltà. Nel Discorso non ci si chiede chi era l’uomo selvaggio –  poiché nella storia non è mai esistito “un puro stato di natura” – ma ci si domanda chi è l’uomo autentico e cosa sarebbe potuto diventare “se fosse rimasto abbandonato a se stesso”.

In verità Rousseau discerne due specie di disuguaglianza: una cosiddetta naturale, relativa alle differenze fisiche o caratteriali, e un’altra “morale” o “politica”. Per il filosofo solo quest’ultima è causa di sofferenza, poiché consiste nella disparità dei privilegi; delle ricchezze; dello status sociale e dell’influenza. Una disparità “di cui alcuni godono a danno degli altri”.

Secondo il pensatore ginevrino, allo stato di natura la conservazione della propria vita reca agli altri il minor danno possibile, poiché il naturale “amor di sé”, che esige la soddisfazione dei propri “autentici bisogni”, è mitigato dalla compassione, descritta come “una ripugnanza innata a veder soffrire il proprio simile”.

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Rousseau: la disuguaglianza istituita: la proprietà privata e le apparenze sociali

Rousseau rintraccia nell’istituzione della proprietà privata il fondamento della società civile e della diseguaglianza materiale. Qualifica l’idea stessa di proprietà come l’origine di un artificioso desiderio di possesso che spinge allo sfruttamento dell’uno da parte dell’altro al fine di accrescere i propri beni.

Altra principale causa dell’ineguaglianza nel Discorso è l’eccessiva quanto innaturale socialità dell’uomo; l’abitudine di radunarsi scatena il desiderio di esser considerati e sostituisce all’amor di sé – che è amore della propria esistenza – l’“amor proprio” come amore della propria pubblica figura. L’uomo sociale, scrive Rousseau, “sempre fuori di sé, non sa vivere che nell’opinione degli altri ed è solo dal loro giudizio che ricava il sentimento della propria esistenza”.

Nella società, dichiara Rousseau, la sorte di ogni uomo dipende dalla quantità dei beni; dalla stima; dal merito; dai talenti. L’ambizione di elevare la propria fortuna genera la tendenza a danneggiarsi reciprocamente, spesso sotto la falsa immagine della benevolenza; “concorrenza e rivalità da una parte, opposizioni d’interessi dall’altra e sempre il desiderio di far e l’utile proprio a spese altrui. Tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e il corteo inseparabile della disuguaglianza”.

Rosaria Mautone

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