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pubblicato: domenica, 29 aprile, 2018

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Man on the moon: nel segno di padre Milos e di un mistico Jim Carrey

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Man on the moon: nel segno di padre Milos e di un mistico Jim Carrey

È il 1998, il secondo millennio sta per finire; il secolo breve è già finito da quasi decennio, sancito dalla simbolica caduta di un muro.

È il 1998 e un regista si appresta a lavorare sulla sua ultima fatica. Egli è un regista molto importante, lo hanno chiamato sovente “il regista ribelle” o qualcosa del genere, non che al nostro possano importare nomignoli del genere. Non è americano, ma negli States egli ci è arrivato molti anni fa, conquistandoli ripetutamente: la critica e il pubblico lo amano, caso non così scontato.

Il film in questione è Man on the moon, vita ed imprese del fu Andy Kaufman, comico. Una parentesi sul personaggio (nota bene: non la persona) Andy Kaufman è doverosa.

Who is the Man on the moon?

Andrew Geoffrey Kaufman è un comico che non ha mai raccontato una barzelletta. O meglio un joke, che può valere sia come barzelletta ma quanto come battuta. Ad esempio: per alcuni stand-up comedians (cosa evidente in quelli della vecchia scuola, vedi Jerry Seinfield) il joke è la clausola finale che chiude la frase e ottiene le risate: il momento di tensione retorico-comica che sfocia nella reazione del pubblico, sia essa positiva o negativa. La battuta. Ecco, Andy è comico che orgogliosamente ha dichiarato di non aver mai fatto ricorso ai jokes. Egli è un non-comico, un performer costantemente percorso dalla volontà di destabilizzare il pubblico facendo, molto spesso, venir meno quella rigida linea che separa la persona dal personaggio; la risata può rientrare nel suo orizzonte ma non lo costituisce. Memorabili sono le sue interviste da Letterman negli anni ’80, gli sketch-non-sketch al Saturday Night Live e molto altro ancora che Andy ha messo in scena nella sua pur breve carriera.

Man on the moon: una finestra sulla vita del leggendario Kaufman

Man on the moon è uno spiraglio sulla vita di quest’uomo, in bilico tra molteplici maschere, e sulle storiche pieces che ha messo in moto.

Molti nomi noti si susseguono per la parte di Andy, morto oramai da 14 anni quando le riprese hanno inizio: John Cusack, Edward Norton, Nicholas Cage. Chi per un motivo chi per un altro, vengono scartati tutti e la parte del anti-comico ricade sulle spalle di un attore particolarmente entusiasta di ricevere il ruolo, un attore che, alla fine fine degli anni ’90, è tra i più pagati ad Holliwood: Jim Carrey. Perché l’attore canadese è così felice di ricevere questa parte? Presto detto: dire che il buon Jim è fan di Andy Kaufman è mero eufemismo; egli è ossessionato dal suo stile, dalla sua persona (categoria nella quale vi facciamo rientrare le sue molteplici maschere). Ne studia la retorica e i movimenti, colleziona cimeli presi dalle sue esibizioni, come gli iconici bonghi che ha utilizzato al Saturday Night Live. Jim entra in una fase di mimesi mista ad adorazione che ne fa di lui il candidato perfetto per il ruolo. Neppure il nostro regista ne può ostacolare l’ascesa a Kaufman, dopo aver assistito al provino.

La metamorfosi di Jim Carrey per “Man on the moon”

Jim diviene Andy. E lo diviene davvero, non è un modo di dire: nel momento in cui le riprese iniziano Jim Carrey smette di essere Jim Carrey, poco importa se le telecamere sono accesse, per essere Andy durante ogni singolo momento della lavorazione al film. Sullo scorcio della tradizione “kaufmaniana” la linea che separa realtà e finzione viene spezzata. L’atmosfera va ben oltre la normale definizione di surrealismo. Jim pretende che gli si venga rivolta la parola in quanto Andy: Jim, se stesso, non è che un’entità estranea presente in quel corpo che ora è quel personaggio che il film stesso vuole immortalare: identità tra opera e operante.

Quando qualcuno della produzione o il nostro regista stesso vuole parlare a Jim, deve chiedere il permesso ad Andy cosicché egli lo “lasci passare” ed è raro che ciò venga consentito. Ogni vezzo, ogni esagerazione al limite del capriccio che Andy portava sui palchi, Jim/Andy li fa rivivere dietro le quinte esacerbando però quella che era la performance dell’originale: come ogni mimesi (in ambito soprattutto letterario greco-romano) vi è un incremento del pathos da parte di colui che imita, in un rapporto che non è soltanto di imitazione ma anche sfida. Imitatio et emulatio. Fermo restando che la verità se l’è portata Andy nella tomba, qui sarebbe la differenza sostanziale tra Andy e Jim: il primo confondeva le acque a favor di telecamera e studiava con meticoloso raziocinio ogni mossa col fidato amico e collaboratore Bob Zmuda e, spesso, rendendo partecipi i vari attori che sul palco sembravano nient’altro che vittime inconsapevoli. Andy aveva pieno controllo del backstage, e rispetto degli altri in causa, cosicché potesse avere pieno controllo dell’illusoria anarchia che prendeva corpo sul palco.

Miloš Forman, dalla primavera di Praga alla conquista di Hollywood

Immaginate ora di essere un regista di una certa età, pluripremiato dall’Academy e apprezzato a Cannes e a Berlino, dinanzi ad un giovane attore di commedie di grande successo, enormemente pagato e sulla cresta dell’onda, che incessantemente mette in discussione la vostra pazienza e tutto l’insieme di norme ed etica che vige in un ambiente di lavoro rendendo quest’ultimo impossibile, inasprendo i rapporti tra le diverse parti (vedetevi il documentario Jim and Andy: The Great Beyond su Netflix se non ci credete). Cosa fareste? Certo, non è facile essere Miloš Forman, scappare dalla primavera di Praga, “conquistare” Holliwood e mettersi così, su due piedi, nelle sue scarpe, ma prendetevi un minutino per fare un po’ di daydreaming prima di proseguire nella lettura.

Quanti di voi si sono incazzati come degli ippopotami? Ecco, essere Miloš Forman significa anche non cedere all’ira, nemmeno per un momento, allo sconforto si, ma non ad un sentimento così da farti annebbiare completamente la vista. Essere Miloš Forman significa andare avanti anche in una situazione surreale e cavar fuori da essa una bella realtà, un film che è già icona.

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Man on the moon è un’esperienza visceralmente artistica che mescola teatro e realtà

Così fa il buon Miloš ritrovatosi punto centrale in una tempesta di forze centripete: una produzione che naturalmente non vuole vedere tempo e soldi sprecati, un Jim Carrey improvvisatosi sciamano, convintosi di canalizzare lo spirito e la mente di Andy Kaufman.

Nell’approccio a Jim/Andy, il regista si mostra sempre cauto e pacato, aperto sempre al dialogo nel tentativo di produrre un effetto emolliente nei confronti di quell’emorroide che Carrey ha deciso di essere per tutta la durata delle riprese. Come si fa con i bambini che fanno i capricci. E funziona, nonostante tutto. Quello tra i due è, effettivamente, il rapporto tra un padre ed un figlio difficile che mai sfocia nella violenza, complici i caratteri antitetici di entrambi e la differenza anagrafica.

Senza i due, o forse sarebbe più generoso dire grazie ai due, Man on the moon non sarebbe quello che è oggi: un’esperienza visceralmente artistica che mescola teatro e realtà il cui prodotto finale assurge alla statura di film.

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