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pubblicato: venerdì, 11 maggio, 2018

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Conti pubblici, tutte le entrate e le uscite dello Stato

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Conti pubblici, tutte le entrate e le uscite dello Stato

Da dove vengono i soldi che vengono spesi dallo Stato? E ancora, come vengono spesi?

Carlo Cottarelli con l’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica illustra in modo chiaro quello che spesso è nascosto in migliaia di pagine di bilanci difficilmente intellegibili.

Vi è da dire che partendo dal lato delle entrate vi è una certa diversificazione.

Dei 788,2 miliardi raccolti nel 2016 circa 247,8 provenivano dalle imposte dirette, ovvero soprattutto l’IRPEF, poi l’IRES e altre minori.

242,7 da quelle indirette, l’IVA innanzitutto, e poi IRAP e accise sulla benzina, IMU, tabacchi, e vari bolli.

221,5 invece erano i contributi sociali netti pagati da lavoratori e soprattutto imprese.

Solo 76,2 miliardi le altre entrate, come interessi attivi, dividendi, ecc.

E’ chiaro come a livello assoluto sono IRPEF e IVA a essere centrali, con 166,8 e 103,1 miliardi rispettivamente.

Si capisce perchè anche il discorso politico verte moltissimo su queste imposte, molto più che su altre.

Dopo, ma a lunga distanza, viene l’IRES, l’imposta principale sulle imprese, seguita dall’IRAP.

L’IMU, che in vari periodi è stata in prima pagina, incide meno ora, solo 19,1 miliardi, ma è indispensabile soprattutto per i comuni.

Considerando che però la differenza tra entrate e uscite è di circa 52 miliardi conta molto anche la performance di imposte relativamente minori. Come quelle sui tabacchi, che fruttano ben 10,8 miliardi. O le tasse sull’auto, 5 miliardi.

Insomma, nella situazione attuale dei conti pubblici, con l’obbligo di ridurre il debito pubblico e quindi il deficit che lo genera, ogni manovra che modifichi di poco l’ammontare delle entrate assume estrema importanza.

 

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Conti pubblici, il lato delle uscite, prestazioni sociali al primo posto

Tra le uscite vi è un capitolo che prevale sugli altri, è quello delle prestazioni sociali. In primis pensioni, poi assistenza per esempio ai disabili, o sussidi alla disoccupazione, che all’estero ricoprono molta importanza, mentre in Italia sono schiacciati dalla spesa in pensioni.

Che tra l’altro non riesce a essere coperta totalmente dalle entrate contributive, come abbiamo visto.

Il peso della voce pensioni ha inciso sulla scelta di intraprendere le numerose riforme che hanno provato a ridurla.  Siamo del resto il Paese con la spesa pensionistica maggiore in Europa.

Dopo i 337,5 miliardi spesi in prestazioni sociali vi sono i 164 in redditi da lavoro dipendente, ovvero gli stipendi dei dipendenti pubblici, dai più alti dirigenti al più giovane dipendente comunale.

Contano di più degli acquisti di beni servizi, che valgono 135,2 miliardi. E includono di fatto tutti gli acquisti, dalla carta igienica nelle scuole ai caccia, dalle auto di servizio all’elettricità per le sedi degli uffici statali.

Sempre più piccole le uscite in conto capitale, gli investimenti per esempio in infrastrutture, solo 58,8 miliardi, meno anche delle cosiddette altre uscite minori, che ammontano a 68,2.

Infine una delle voci più delicate, gli interessi passivi, a 66,5 miliardi. Delicata perchè costituisce la ragione per cui l’Italia è in deficit, essendo la mera differenza tra entrate e uscite primarie, senza interessi, in realtà positiva. Ma il grosso debito italiano richiede interessi da pagare, e questi riescono a superare l’avanzo primario che pure abbiamo.

E sono interessi su cui abbiamo poco controllo, dipendendo, come ben sappiamo dai tempi dello spread a 500, da condizioni internazionali, e dalla fiducia riposta nella nostra economia.

 

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