pubblicato: lunedì, 28 maggio, 2018

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La rieducazione del condannato e l’esperienza universitaria nel carcere (2a parte)

carcere

La rieducazione del condannato e l’esperienza universitaria nel carcere (2a parte)

“La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” (Art. 34 Cost.)

La nostra Costituzione, nello stabilire il diritto all’istruzione, afferma l’uguaglianza sostanziale di fronte alla possibilità di raggiungere i livelli più alti di studio. Questo principio trova un concretissimo esempio nell’esperienza dei poli universitari penitenziari (PUP).

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Gli esperti che hanno preso parte al Tavolo 9 (tema dell’istruzione e della formazione universitaria) degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, che si sono conclusi il 19 aprile 2016, hanno fornito una definizione del modello dei poli universitari penitenziari. “Un sistema di servizi e opportunità offerti dall’Università, con la disponibilità dell’Amministrazione penitenziaria, ulteriori o sostitutivi a quelli normalmente fruibili dagli studenti, proposto in modo strutturale e organizzato sulla base di apposite convenzioni, volto a superare gli ostacoli che obiettivamente si frappongono a un effettivo esercizio del diritto allo studio universitario.”

Uno sguardo alla normativa

 I poli universitari penitenziari italiani sono regolati- oltre che dalle norme costituzionali- dalla legge 26 luglio 1975, n.354, contenente Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà e dal d.p.r 230/2000: Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà. 

Accenni sulla istituzione dei poli universitari penitenziari

Con riferimento all’elaborato “Istruzione universitaria nelle carceri italiane”- di Roberta Palmisano, direttrice dell’Ufficio studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali del Dipartimento amministrazione penitenziaria- è possibile introdurre qualche accenno sulla nascita dei PUP.

Il primo corso ufficiale, riconosciuto dal Ministero, di studi accademici in carcere nacque dalla collaborazione di alcuni professori dell‘Università di Padova, negli anni ’60. Dei detenuti del carcere di Alessandria, diplomati geometri, divennero matricole alla facoltà di Ingegneria civile di Padova. L’esperienza del corso di Padova proseguì ulteriormente in seguito all’approvazione della riforma penitenziaria del 1975. Tuttavia l‘istituzionalizzazione dei PUP è cominciata nel 1998, presso la Casa Circondariale torinese “La Vallette”, in seguito alla firma del protocollo d’intesa tra Tribunale di Sorveglianza, Amministrazione Penitenziaria e Università di Torino.  Dal 2000 è nato il Polo Universitario della Toscana, che raccoglie la collaborazione delle università di Firenze, Pisa e Siena. Proseguendo su questa linea, lungo tutta la Penisola, è stata data vita ad esperienze di formazione universitaria all’interno delle carceri.

Sostegno normativo all’università in carcere

L’attività universitaria dei detenuti è stata sostenuta, in adempimento al d.pr. 230/2000, che all’articolo 44 prevede che:

1. I detenuti e gli internati, che risultano iscritti ai corsi di studio universitari o che siano in possesso dei requisiti per l’iscrizione a tali corsi, sono agevolati per il compimento degli studi.

2. A tal fine, sono stabilite le opportune intese con le autorità accademiche per consentire agli studenti di usufruire di ogni possibile aiuto e di sostenere gli esami.

3. Coloro che seguono corsi universitari possono essere esonerati dal lavoro, a loro richiesta, in considerazione dell’impegno e del profitto dimostrati.

4. I detenuti e internati, studenti universitari, sono assegnati, ove possibile, in camere e reparti adeguati allo svolgimento dello studio, rendendo, inoltre, disponibili per loro, appositi locali comuni. Gli studenti possono essere autorizzati a tenere nella propria camera e negli altri locali di studio, i libri, le pubblicazioni e tutti gli strumenti didattici necessari al loro studio.

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I numeri dei detenuti universitari

In base alle rilevazioni del Ministero della Giustizia, risalenti al 31 dicembre 2016, gli iscritti ai poli erano 200, mentre i laureati 46. Si è registrato un significativo aumento rispetto all’anno precedente, in cui si contavano 178 iscritti e solo 17 laureati.  Un calo invece nel 2017.

Sempre dai dati del Ministero, risultano censiti 19 poli, dai più storici di Torino e Padova, fino ai più recenti di Teramo e Ferrara, aperti nel 2014.

Tab. Detenuti laureati in carcere anni 2009-2017

Anno Detenuti Laureati
2009 19
2010 16
2011 25
2012 10
2013 44
2014 72
2015 17
2016 46
2017 10
Totale 259

Fonte: Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, www.giustizia.it

Carcere e reinserimento: quali settori interessano di più?

I corsi di laurea che sono scelti per la maggiore riguardano il settore politico, sociale, umanistico, letterario e giuridico. Non è un caso la scarsa presenza di dipartimenti scientifici: è infatti impossibile per un detenuto frequentare attività di laboratorio, obbligatorie per determinate discipline.

Un elemento dissonante, in questo illuministico progetto di università in carcere, è il bassissimo numero di detenute che vi aderisce. Le motivazioni riguardano da un lato l’assenza di poli universitari femminili e dall’altro, il fatto che le donne scontino pene più brevi, determina un forte turn-over.

Polo universitario penitenziario a Fossombrone

Un’esperienza a cui ho avuto la possibilità di avvicinarmi, è quella della Casa di reclusione di Fossombrone (PU) in cui l’Università degli studi di Urbino Carlo Bo ha istituito il suo polo, nel gennaio 2016. Un progetto recente, ma che è degno di attenzione.

La particolarità dell’istituto di Fossombrone è che fa parte del circuito delle cosiddette supercarceri, scelto dal generale Dalla Chiesa per le garanzie di sicurezza che offriva. Oltre a una Sezione Ordinaria (Ponente) in cui sono reclusi i condannati di media sicurezza, vi è la Sezione di massima sicurezza (Levante), riservata ai reati associativi.

Su 149 detenuti (dati aggiornati al 16 febbraio 2017), sono 13 gli iscritti al polo. Altri 14 stanno frequentando la scuola secondaria di 1° grado e altri 31, quella di 2° grado. I corsi attivi sono: Giurisprudenza, Infromazione, media e pubblicità, Scienze politiche economiche e del governo, Scienze e tecniche psicologiche, Scienze Umanistiche e Sociologia e servizio sociale.

Carcere e reinserimento: progetto “Studenti dentro, studenti fuori”

L’incontro tra alcuni studenti iscritti alla facoltà e  i 13 colleghi detenuti è avvenuto grazie al progetto “Studenti dentro, studenti fuori”Durante questa occasione di scambio, che si è svolta con una visita al carcere nel 2017 e una il 9 maggio 2018, ci si è confrontati sull’esperienza dell’università dentro e fuori dalle sbarre. Entrare in contatto con una istituzione totale, come quella degli istituti penitenziari, lascia un forte impatto emotivo. Una riflessione sulla giustezza delle modalità di sconto della pena tradizionali. Un contatto con il volto umano dei condannati. Un argomento molto discusso è stato quello della motivazione allo studio.

Ovviamente, oltre a motivazioni intrinseche, ci sono anche quelle estrinseche (cioè quelle sostenute da rinforzi esterni e non dalla sola volontà). Chi studia ha spesso diritto a permessi premio, accesso a sezioni speciali e aun generale miglioramento della condizione detentiva (Pastore: Pratiche di conoscenza in carcere- Uno studio sui poli universitari penitenziari su The Lab’s Quarterly,3,2017).

Le motivazioni che spingono allo studio in carcere

La visione più diffusa di approccio allo studio è di tipo utilitaristico. “Lo studio mi serve per trovarmi un lavoro.” Che cosa può spingere allora un ergastolano a studiare? Razionalmente è una questione che lascia sbalorditi. Forse quello che le parole dei condannati hanno lasciato trapelare di più è un’ enorme sete di sapere, un amore della cultura fine a sé stessa. Che poi, anche lo studio dentro il carcere, non è mai un fine, ma sempre un mezzo per entrare in relazione con il mondo esterno.

I risultati degli esami sono un motivo di orgoglio verso la propria famiglia e anche una forma di riscatto sociale. Attraverso l’impegno sui libri un detenuto può “evadere” con la mente e creare un ponte con la società, che altrimenti avverte come lontana e inaccessibile.

La scelta della materia in cui specializzarsi non è mai banale. Ogni detenuto offre una spiegazione che affonda le radici nel suo vissuto. Un padre di famiglia ha iniziato a studiare scienze dell’educazione per poter essere vicino alla figlie durante le fasi della loro crescita. Invece un altro detenuto si è dapprima laureato in giurisprudenza e poi ha cominciato una nuova impresa, la laurea in psicologia; studi che gli serviranno per poter analizzare gli errori che ha commesso, sia da un punto di vista legale, che più introspettivo. Diversi tra i più giovani si dedicano a informazione, media e pubblicità, per restare aggiornati con l’evoluzione delle comunicazioni.

Le difficoltà dello studio in carcere

Al di là dei risvolti positivi sullo sviluppo cognitivo ed emotivo della persona e dell’impegno portato avanti da professori ed educatori, studiare in carcere non è facile. Sembra un’ovvietà, ma sono tante le difficoltà che questi studenti incontrano quotidianamente e che possono apparire banali. Innanzitutto non potersi informare su internet, non avere a disposizione il docente quando si incontrano dubbi.  E poi gli orari fissi e la quotidianità del carcere  impongono ai detenuti di potersi dedicare allo studio solo all’alba o di notte, quando c’è silenzio.

“Il sistema carcere appare tendenzialmente conservatore e resistente ai cambiamenti. Le tecniche
messe in atto dal personale – per riprendere quanto scrivono i detenuti dell’alta sicurezza di Vibo Valentia – sono consolidate: rimandare richieste, ordini, disposizioni a un’autorità responsabile esterna,
seguendo il principio del “lavarsene le mani”; svuotare di significato le proposte in conflitto con gli interessi dominanti; rendere impraticabili le proposte innovative; dilatare fino a “nuovo ordine” l’attuazione di una proposta; sminuire un’idea o un’iniziativa senza osteggiarla apertamente “. (Pastore: Pratiche di conoscenza in carcere- Uno studio sui poli universitari penitenziari su The Lab’s Quarterly,3,2017).

Obiettivo di reintegrazione sociale

Questa lunga riflessione riguardo la situazione carceraria italiana- con le sue criticità, ma anche con i suoi meriti, come quello di aver permesso l’istituzione di Poli Universitari- non vuole essere una sterile affermazione del principio di rieducazione della pena. Si tratta di riscoprire nel detenuto una persona, che ha una dignità e delle potenzialità da mettere in pratica, al di là del suo reato. Dietro il colpevole c’è un uomo che ha diritto a ricevere una possibilità di migliorarsi, di educarsi, di reintegrarsi nella società. Le istituzioni in primis, ma anche la stessa società civile, dovrebbe facilitargli l’accesso, senza trincerarsi dietro i pregiudizi; anzi rendendo fertile il periodo di pena.

La costruzione di percorsi di crescita culturale e professionale durante il periodo della detenzione rappresenta un fondamentale strumento di promozione della personalità del condannato nell’ottica del reinserimento sociale.
Negli Istituti penitenziari sono organizzati corsi d’istruzione scolastica e di formazione professionale e sono agevolati gli studi universitari (art. 19 l. 354/1975 e art.44 d.p.r.30 giugno 2000, n. 230).

Reportage di Giulia Della Martera

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