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pubblicato: mercoledì, 27 giugno, 2018

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Decreto dignità, i riders: quanti sono e come vengono pagati i lavoratori della gig economy

decreto dignità, sondaggi politici

Decreto dignità, i riders: quanti sono e come vengono pagati i lavoratori della gig economy

1 milione. O giù di lì. Questo il numero degli occupati italiani della cosiddetta ‘gig economy’, tutti quei ‘lavoretti’ effettuati on-demand e gestiti tramite piattaforme digitali o app dedicate. I più ‘famosi’ sono i riders. Ovvero, coloro che in sella a un motorino o a una bicicletta corrono in lungo e in largo per le nostre città a consegnare cibo e bevande.

Riders che però rappresentano soltanto una piccolissima parte di questo complesso universo (circa l’1% si muove nel ‘delivery food’). Perché ci sono anche addetti alle pulizie, babysitter. Freelance che elaborano dati per le imprese. Professionisti delle ripetizioni scolastiche. E tanti altri. Di sicuro, un aspetto li unisce tutti: la precarietà dei contratti, unita alla flessibilità negli orari di lavoro.

Anche per questo, il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, dopo qualche tira e molla sul decreto dignità, ha annunciato la settimana scorsa l’apertura di un tavolo negoziale a Roma con le principali aziende del settore. L’obiettivo è quello di dare stabilità a questo mondo in continua crescita, attraverso la risoluzione di un dilemma quasi amletico: i riders sono o non sono lavoratori subordinati?

Decreto dignità, riders e gig economy: chi sono i lavoratori del settore

I numeri li ha forniti uno studio della Fondazione ‘Rodolfo Debenedetti’, analizzato e pubblicato dal Sole24Ore. Divisi più o meno a metà tra uomini e donne (46% rappresentato da queste ultime, per la stragrande maggioranza con un elevato livello di studio), le distinzioni più interessanti si ritrovano nelle fasce d’età.

Dominano i giovani: gli under 40 sono il 49%, di cui il 22% tra i 18 e i 29 anni. Non a caso, tantissimi sono gli studenti universitari. Durante il Festival dell’Economia di Trento di inizio giugno, al Sole24Ore alcuni manager delle aziende più famose del ‘delivery food’ hanno confermato l’assunto. In Deliveroo, ad esempio, gli under 30 rappresentano il 78% dei riders. Lavorano 10 ore a settimana in media, ma per pochi mesi: solo il 15% di essi rimane più di un anno. Il 17% tra i 6 e i 12 mesi. Circa il 50%, invece, meno di 4 mesi.

Certo, non mancano nemmeno gli italiani che, per sbarcare il lunario, sono ormai immersi ‘capo e collo’ nella ‘gig economy’. Un dato su tutti: tra i 23 milioni di occupati nostrani, più di 800mila figurano nei servizi. Questo significa che il settore è andato a compensare quei posti di lavori persi nel comparto industriale durante la crisi, circa 900mila ‘teste tagliate’. Da qui, l’esigenza di dare loro una contrattualità stabile. E l’interesse del super-ministro Di Maio.

Decreto dignità, riders e gig economy: tipologie contrattuali e stipendi

Precarietà è la parola chiave di questo mondo. Il 10% dei contratti sono co.co.co. Il 50%, invece, collaborazioni occasionali con ritenuta d’acconto. Il che vuol dire nessun diritto a ferie, malattia e maternità. Non migliora la situazione se la lente di ingrandimento va a posarsi sugli stipendi. In primis, la paga oraria, in media, è di 12,5 euro all’ora lordi. Anche se per i riders di cibo, c’è anche la possibilità del pagamento a consegna, intorno ai 5 euro. Comunque, per chi fa di questi ‘lavoretti’ un’occupazione quasi a tempo pieno (tra le 20 e le 30 ore settimanali), la media è di 839 euro al mese. A differenza di coloro che li fanno saltuariamente (tra le 10 e le 14 ore a settimana), a cui vanno circa 343 euro al mese.

Decreto dignità, riders e gig economy: cosa può fare la politica

Di Maio e lo staff del Ministero del Lavoro, che a breve incontreranno le aziende di food delivery, hanno un obiettivo, al di là dei problemi evidenziati nel dibattitto pubblico sull’argomento: far considerare queste persone, a tutti gli effetti, come lavoratori subordinati. Riconoscendo dunque loro il diritto a ferie, maternità e malattia.

Molto si gioca su una questione: le sottili differenze che intercorrono tra le modalità concrete di svolgimento di questi tipi di lavori. Il discrimine infatti è tra chi si mette a disposizione per un certo periodo di tempo, eseguendo di volta in volta gli ordini ricevuti, senza alcuna possibilità di opporsi ad essi. E, invece, chi è vincolato ad esercitare soltanto un incarico pre-concordato nel rapporto lavoratore-azienda.

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