pubblicato: domenica, 2 settembre, 2018

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Breve (e serissima) fenomenologia dello spoiler, tra antichi e moderni

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Breve (e serissima) fenomenologia dello spoiler, tra antichi e moderni

Incubo di ogni spettatore del terzo millennio, piaga di inizio secolo, strumento di contemporanee torture: naturalmente stiamo parlando dello spoiler. Quell’anglosassonismo che indica la rivelazione del finale di un’opera nel corso in cui la si sta guardando. Fondamentale per la buona riuscita dello spoiler dev’essere il rapporto emotivo con ciò che si sta vedendo.

Più si è in fase di adorazione, più si giunge all’ira del povero spettatore, che è tutto ciò a cui aspira il profeta rivelatore di finali. Pensateci: la premessa necessaria anche solo per prendere in considerazione lo spoiler è la sofferenza altrui. Ci nutriamo del tormento emotivo di colui che ci sta vicino, giacché nel 99,9% dei casi la vittima dello spoiler è proprio un amico, se non il nostro stesso partner. In questi casi preparatevi ad un lungo digiuno incorniciato da un plumbeo quanto autunnale silenzio. Ma sapete di meritarvelo. Lo sapete bene e in questa consapevolezza godete ancora di più.

Lo spoiler vi permette di scavare nella natura oscura della vostra mentre, circumnavigare le pieghe e i meandri reconditi della vostra anima, quelle ombrose zone a voi normalmente precluse ed incoscie. Lo sapete e procedete. Bruce Willis è un fantasma, amore. Sean Bean (in qualsiasi film) muore, Gianfranco. Sapete di essere vessilli del male e proseguite nella vostra diffusione del satanico verbo.

Il rapporto tra classici e lo spoiler: le commedie plautine

Ma non è sempre stato così. Vi è una fase della storia del mondo in cui gli umani erano probi e non commettevano simili nefandezze. Lo spoiler non esisteva neppure. Attenzione: non esisteva il concetto di spoiler così come lo conosciamo noi, ma i finali a sorpresa c’erano. O meglio, vi erano delle svolte significative che portavano allo scioglimento della trama ma, come vedremo, veniva a mancare il fondamentale effetto sorpresa.

Tragedie e commedie in ambito sia romano che greco sono perfettamente indicative del fenomeno. Vediamo Plauto che, per quantità di opere giunte e noi, è indiscutibilmente il paradigma (di poesia comica) con cui si devono fare i conti. Un’opera qualsiasi di Plauto, ad Il Miles Glorious. Bene, questa commedia, in ogni edizione moderna, si apre con ciò che oggi sarebbe impensabile: uno spoiler grosso quanto una cosa. O meglio, tutta quanta la vicenda è narrata, in maniera essenziale si, ma presenta ogni dettaglio costitutivo di una trama anch’essa essenziale. Il Miles ha addirittura due argomenta, i riassunti di cui si parlava poc’anzi. Leggiamo velocemente il secondo, per dare un’idea ben chiara.

Argomentum II, ovvero riassunto della commedia plautina Miles Gloriosus

Un giovane ateniese si consumava d’amore ricambiato per una cortigiana libera. Egli si allontana dalla città per un’ambasciata a Naupatto. Un soldato si imbatte in costei e la porta ad Efeso contro la sua volontà. Lo schiavo dell’ateniese parte per annunciare quanto accaduto al padrone; ma viene catturato e donato proprio a quel soldato. Allora scrive al padrone di venire ad Efeso. Il giovane si precipita e si fa ospite presso un amico paterno, in una casa contigua a quella del soldato. Il servo fa un traforo nella parete di nascosto perché i due amanti si incontrino. Poi finge che vi sia una sorella gemella della ragazza. Subito il padrone ingaggia una cortigiana e la sfrutta per adescare il soldato. Quello viene ingannato, auspica le nozze, manda via la concubina e viene preso a mazzate.

Ad onor del vero, il breve riassunto letto or ora non è opera di Plauto ma probabilmente di un commentatore vissuto posteriormente alla rappresentazione della piece plautina. Forse Aurelio Opillo per il primo argomento, retore e grammatico del I secolo a.C., Sulpicio Apollinare per il secondo vissuto nel II d.C. Ma in ogni caso, questi esoscheletri di trama, con tutti i particolari del caso venivano annunciati prima delle rappresentazioni stesse cosicché lo spettatore avesse una familiarità tale con l’opera tale da non sorprendersi di nulla. Il problema dello spoiler era eliminato alla radice. Ma questa è una frase fuorviante, giacché il problema dello spoiler non si poneva affatto: era impensabile per quell’epoca, per quel tipo di pubblico. E anche nel caso in cui la trama non veniva preannunciata con tanto di finale, lo spettatore medio sapeva già cosa andava a vedere. L’esile trama delle commedie plautine era perlopiù sempre la stessa: due giovani amanti, spesso separati per l’intervento di una terza e conflittuale parte; un vulcanico servo dotato di grande iniziativa, fucina di stratagemmi per salvare la situazione, agnizione finale che permette il ricongiungimento felice delle due parti.

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Lo spoiler nell’antichità: non il cosa ma il come

La domanda da porci è dunque: perché andavano a vedere qualcosa di cui già conoscevano il finale? La risposta a tale quesito è assai semplice: non il cosa ma il come. Come la vicenda veniva rappresentata, quali scelte lessicali venivano operate, quale taglio veniva dato alla trama: uno più votato alla comicità fine a sé stessa, pieno di accorgimenti coloriti o una maggiore profondità dei caratteri, un ricercato spessore psicologico? La differenza tra un Plauto o un Terenzio gioca tutta su questa dualità, ad esempio.

Anche le tragedie attiche del V secolo si muovono all’interno di questo orizzonte. I cittadini ateniesi sapevano benissimo a cosa avrebbero assistito, dal momento che veniva rappresentati scene ed episodi cultuali, cioè parte integrante della religione condivisa e, per questo motivo ben impressi nella memoria collettiva.

Sapevano benissimo che Agamennone sarebbe stato ucciso dalla moglie e dal suo amante, sapevano che lo avrebbe vendicato Oreste, il figlio matricida e che per tale ragione sarebbe stato inseguito senze requie dalle Erinni e che di lì a poco, il tempo di una trilogia, sarebbe divenute Eumenidi per l’intervento di Atena, nel più celebre deus-ex-machina della storia della letteratura. Ciò che non potevano sapere era il come: come avrebbe danzato il coro e su quali note di quale composizione? Come avrebbe cantato su queste gli attori? Quali scelte linguistiche avrebbe operato Eschilo e quale taglio avrebbe dato all’intero svolgimento? Su quali temi avrebbe deciso di insistere, la vecchia e cara hybris forse?

Lo spoiler nell’antichità: quando l’opera era finalizzata alla formazione del buon cittadino

Certo, è pur vero (e non va messo di lato) che le rappresentazioni teatrali nell’Atene del V secolo rientravano in un programma pedagogico, ovvero finalizzato alla formazione del buon cittadino attraverso una catartica raffigurazione del male.

Concorre dunque una molteplicità di fattori che va ben al di là dell’intrattenimento puro fondato sull’intreccio e sul sorprendente scioglimento di quest’ultimo. Questa è probabilmente la sostanziale differenza tra le due modalità di visione di un’opera tra lo spettatore moderno e quello antico. Naturalmente, qui si sta prendendo in considerazione la massa degli spettatori di ciascun epoca, ovvero lo spettatore medio e di superficie. Anche oggi sopravvive una visione che va oltre la trama in sé, ma è spesso relegata a pellicole ed opere cosiddette d’essay, limitata a cinefili vari, esperti ed autori stessi.

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