pubblicato: venerdì, 30 Nov, 2018

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Personale Ata e docenti: buoni pasto, Anief chiede l’introduzione

Personale Ata e docenti: 260 mila posti nel 2019, il report

Personale Ata e docenti: buoni pasto, Anief chiede l’introduzione

Perché i buoni pasto sono previsti per tutti i dipendenti pubblici tranne che per docenti e Personale Ata? Il sindacato Anief-Cisal ha portato la questione di fronte all’XI Commissione del Senato insieme a un’apposita proposta di legge.

Personale Ata: rientro pomeridiano e buoni pasto

La legge 107/2015 ha previsto un potenziamento del tempo scolastico anche attraverso l’apertura pomeridiana delle scuole per lo svolgimento di numerose attività. Quindi, sempre più docenti e lavoratori ausiliari sono costretti a rimanere nei pressi del luogo di lavoro ad ora di pranzo; tuttavia, devono corrispondere di tasca propria le spese per il pasto. Da segnalare, però, che sono esclusi dal novero, naturalmente, gli insegnanti della primaria e della scuola dell’infanzia che spesso hanno accesso al servizio di mensa.

Ritornando al punto: tutti i dipendenti pubblici con rientro pomeridiano hanno diritto ai buoni pasto. Per questo motivo Anief-Cisal propone una modifica all’articolo 5 della cosiddetto Decreto Concretezza in modo che i buoni pasto vengano erogati anche ai lavoratori della scuola “in tutti quei casi in cui nell’istituto in servizio non sia attiva la mensa scolastica e laddove ai dipendenti sia richiesto un rientro pomeridiano”.

Personale Ata: il comunicato Anief-Cisal

Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario Cisal, in una nota, chiede perché i lavoratori della scuola siano ancora “figli di un dio minore”. Continua poi Pacifico: “già devono fare i conti con uno stipendio fortemente ridotto e con aumenti così ridicoli che nel 2019 non arriveranno a coprire nemmeno l’inflazione, devono affrontare carichi di lavoro crescenti e con scarsissime possibilità di carriera, dimenticando di istituire i profili professionali superiori previsti per legge e continuano poi ad essere penalizzati da un ‘temporizzazione’ economica che non ha senso e una ricostruzione di carriera che non tiene conto completamente del periodo del precariato”. Dunque, “in questo quadro complessivo desolante, non si comprende il motivo per cui un dipendente pubblico che opera nella scuola debba essere costretto a portarsi il pranzo da casa o ad acquistarlo”.

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