Game of thrones, finale, sceneggiatori e gerarchia aziendale

Pubblicato il 21 Maggio 2019 alle 13:01 Autore: Nicolò Zuliani
Game of thrones, finale, sceneggiatori e gerarchia aziendale

Si conclude una delle serie più di successo degli ultimi anni e la fabbrica del disfattismo (chiamata da alcuni “il pubblico”) si dichiara insoddisfatta.

Stephen King dice che è normale, alla gente non piace che le cose finiscano. La suburra rincara la dose scagliandosi contro il bersaglio preferito in caso di fallimento, ovvero gli sceneggiatori. Se ci fate caso, quando un film va bene è merito del regista; viceversa, degli sceneggiatori. Sospetto il motivo sia che citare lo sceneggiatore faccia molto conoisseur. Dato che Game of Thrones l’ho seguito fin dalla prima serie e che a me il finale tutto sommato non è dispiaciuto, provo a narrarvi uno scenario realistico di cos’è successo dietro le quinte.

Prima di tutto, chi comanda è la produzione.

Non Martin, non il regista, non gli sceneggiatori, non gli attori: comanda chi mette i soldi. Noi non abbiamo sborsato un centesimo per vedere GoT e accampiamo pretese perché Internet ci ha abituati a questo perverso meccanismo, ma nel mondo reale è chi paga il conto a decidere cosa mangia l’ospite. Fa parte della cosiddetta piramide disfattista: alla base c’è il pubblico che esige e quando ottiene è deluso. In cima c’è la produzione che è disposta a investire solo in cose nuove, ma che devono avere già decine di precedenti di successo.

È un controsenso? Sì.

Se parli con un produttore vorrà un teen drama che però fa ridere ma è anche horror, dovrebbe piacere agli adolescenti ma anche ai quarantenni e dev’essere una novità, però con almeno dieci esempi di successo. Devi lottare come una belva per proporre qualcosa, cambiarlo in corso d’opera, togliere, aggiungere, alla fine è un gattino massacrato che devi decidere se sopprimere o partorire mutilato. Se lo ami troppo, non vedrà mai la luce.

Lo so perché me l’ha detto mio cugino.

Nella musica commerciale, al singolo di successo ne esce sempre uno che ne è la brutta copia. Il motivo è questo qui. Produttori, editori, discografici, insomma chi mette la grana è generalmente pavido, spera sempre di aver trovato la formula perfetta da replicare ad libitum e ha il terrore di investire in cose nuove.

Game of Thrones era nuovo, i soldi sono arrivati dopo.

Purtroppo però noi ci eravamo abituati a una serie che compensava i soldi con personaggi e dialoghi. GoT era una telenovela, per questo ci piaceva. Di effetti speciali e megabattaglie non c’importava nulla. Poi sono arrivati i soldi e i produttori hanno detto NO NO NO ALLA GENTE CI PIACE PERCHÈ È COME IL SIGNORE DEGLI ANELLI e pian piano le trame si sono ridotte in funzione di draghi, giganti, white walkers, scenografie gigantesche (ogni campo lungo di King’s landing sono milioni che vanno).

Poi tutto è andato banana.

Gli attori hanno cominciato a pretendere cachet vertiginosi; gli effetti speciali sono lievitati a mostro (di più, di più, alla gente interessano quelli!), laggente si appassionava ai personaggi e non voleva morissero, Martin non aveva finito il libro e i costi erano fuori controllo. Così la produzione ha deciso che era ora di basta.

Per il finale si potevano scegliere due strade: una consisteva nel girare altre due serie chiudendo pian piano tutte le linee narrative, ma non si poteva fare perché gli stipendi degli attori più quelli di CG a cui avevano abituato gli spettatori erano insostenibili. Allora un climax all’americana con tanta CG, tanta scenografia e pochi attori (Cersei che guarda alla finestra e abbraccia suo fratello, 1,000,000 tondo tondo). Risultato finale, sei puntate di CG, linee narrative chiuse col tronchesi, un sacco di porte lasciate aperte per sequel, prequel, spin-off, frittelle e panini all’ingresso.

Ma soprattutto, otto stagioni per incoronare un navigatore satellitare.

Il regista – o il direttore del montaggio? Chissà – ha fatto qualche cappella. È passato dall’epica assoluta di The long night – il cui merito va condiviso con un direttore della fotografia in stato di grazia – a rendere piatta la scena grandiosa di marina che abbatte aviazione (infatti su YouTube, rimontata diversa, fa un altro effetto). Ognuno di loro ha diritto di parola nella catena di produzione e ognuno mette il suo, a patto il contratto non dica diversamente.

Se qualcosa non funziona è colpa di tutti, non di uno solo

Tornando ai colpevoli secondo la gogna mediatica, sarebbe almeno il caso di separarli: da una parte c’è Benioff, un professionista che ha scritto il romanzo (e poi la sceneggiatura) La 25° ora, poi gli script di Troy, Stay, X-Men origins. Dall’altra c’è Weiss, che nella vita ha scritto un libro sui videogiochi e una puntata di una sitcom. Oh, quasi dimenticavo: è uno dei produttori esecutivi di Game of Thrones.

Entrambi erano nel progetto fin dall’inizio: sono stati lobotomizzati? Credo sia più probabile che abbiano lavorato con un cappio al collo e una pistola sui testicoli, perché è così che le serie TV finiscono. Pensate al finale di Evangelion. A quello di Battlestar Galactica. A Lost (sebbene sì, Lindenlof è un uomo per cui nutro scarsa stima); a noi dispiace la serie sia finita perché era bello vivere in quel mondo di intrighi, cospirazioni e magie. Un finale soddisfacente avrebbe dovuto durare altre due serie, quindi non essere un finale.

Forse ha ragione King, gli addii non piacciono a nessuno. Ma se posso permettermi, il mondo del cinema non è diverso da qualsiasi altra azienda: la merda scende sempre verso il basso.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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