30/07/2019

Greta, Dio, il senso della vita e gif anni ’80

autore: Nicolò Zuliani
Greta, Dio, il senso della vita e gif anni ’80

Ci avete fatto caso? Oggi non abbiamo stragi, bombe, attentati, palazzi distrutti dal dopoguerra o shell shock, eppure siamo una società sull’orlo di una crisi di nervi, alterniamo droghe a psicofarmaci, abbiamo crisi di ansia e di panico, siamo terrorizzati all’idea di essere irrilevanti e abbandonati ma soprattutto abbiamo il terrore che sia tutto qui. Cerco il mondo e lo vedo su street view. Cerco il cielo e guardo la NASA. Sogno altri pianeti e vedo le foto di Curiosity. Cerco leggende metropolitane e le trovo smentite su Google.

Cos’è che ci manca?

Il diavolo, probabilmente. O meglio, il meccanismo psicologico di Dio. Ne abbiamo un bisogno fisico che ci prende le budella e ce le rovescia ogni volta, anche se ci faremmo squartare piuttosto di ammetterlo. Ci manca la guida, il difensore e l’assolutore supremo. Non ho la fortuna della fede, non l’ho mai avuta, e non saprò mai quanto possa essere liberatorio e tranquillizzante affondare la faccia nella frase “sia fatta la tua volontà”. Però leggo tanta Storia.

Da un lato non abbiamo più una guida sicura, alta, infallibile e misericordiosa che però era capace di farci andare avanti, dall’altra ci manca un’utopia capace di farci camminare. Ridi e scherza tra un meme e un unboxing di Skyrim, un uomo non è un umano solo perché sa far di conto o perché ha consapevolezza di esistere; ha bisogno di credere in qualcosa di grande, capace di elevarlo – e assolverlo dai propri peccati.

Andavano benissimo il sol dell’avvenire e il comunismo, il paradiso e il cattolicesimo, il benessere e il capitalismo. Ma oggi sono obsoleti. I succedanei che abbiamo scelto, purtroppo, sono mediocri. Ideali e utopie piccole per gente piccola, che una volta per trovare se stessa guardava le stelle e ora si guarda nelle mutande. Un uomo si eleva con gli ideali, non coi miliardi, le condivisioni, i genitali o le benzodiazepine; oh, nei primi vent’anni ci si diverte un botto, ma quando la musica finisce di solito si chiede chi è, dov’è, e perché è lì.

Oppure si iscrive al canale di uno youtuber e aspetta gli dica il motivo per cui ha cliccato il video dopo 20 minuti di farneticazioni.

“Dimmi solo come ricucire ‘sta tasca, dannato tu e la tua stirpe”

Quindi che si fa?

Si creano un’utopia e un messia, e la fine del mondo con Greta Thunberg è perfetta. Giovane, donna, vergine, voce monotona, sguardo apocalittico, promette la venuta del grande fuoco che ci punirà per i nostri eco-peccati e parla “a nome delle generazioni future”. Non per nulla è coetanea di Giovanna D’Arco. La madre di Greta, nel suo libro, spiega che la figlia “può vedere l’anidride carbonica a occhio nudo. La vede uscire dai camini delle stufe e cambiare l’atmosfera”. Quando parla, Greta parla da messia. Non fa domande o ipotesi: sentenzia.

«Abbiamo venduto il futuro così che un piccolo numero di persone possa fare un quantitativo di soldi incalcolabile» dice.

Greta cosa propone, nel concreto?

Di punire i governi, in teoria, ma in realtà vuole che siamo noi peccatori a punirci. Voli ridotti, patenti ridotte, niente carne né omogeneizzati a tavola grazie al costo della carne maggiorato “per disincentivare”, niente plastica quindi niente Amazon, niente Justeat, niente spedizioni. Ed è roba che massacrerebbe il proletariato, non certo gli aristocratici.

Lo chiamano “Save the planet”, ma consiste nel rendere ancora più miserabile e difficile la vita dei poveri sul pianeta. E la leva è sempre la paura, la vecchia leva di ogni religione ufficiale o pagana: “I want you to panic”, ha detto la piccola Greta a Davos. Corrisponde punto per punto a un culto di massa, come i millenariti. Se non ci credete, guardate che meraviglia sono gli Extinction rebellion.

Poi, come dice Ario:

“Il problema di ‘sto effetto serra saranno anche le scorregge dei maiali d’allevamento, ma se invece di mangiare carne io mangio farro, ceci e fagioli divento parte del problema, non della soluzione.”

Ario, terzo mojito, comunicato alla nazione n°4789

Greta non è la Madonna di Lourdes, è la Barbie di Capalbio

A me Greta fa una pena enorme. Non voglio mia figlia sia così, a sedici anni, sembra la figlia del Perozzi. Voglio che vada a scuola e si diverta, viva i suoi sedici anni di spensieratezza, ingenuità e stupidità. Greta è la figlia che Abramo è pronto a sacrificare perché glielo chiede Dio, solo che il web non gli ferma la mano: anzi.

I nuovi sessantottini per avere il nostro nuovo messia siamo dispostissimi a togliere una bambina da scuola, trasformarla in un Truman show ambulante spostandola da un posto all’altro come se fosse il fottuto Grumpy cat, e quando morirà o impazzirà per lo stress a 19 anni potranno dire che si è immolata per la nostra salvezza, e magari fondare qualcosa a suo nome. Un culto, probabilmente.

O un cartone animato un po’ pedo

Non c’è nessun complotto dietro Greta Thunberg.

Solo il bisogno umano di credere a un’utopia per sentirsi più importanti di un’ape operaia e riuscire a tollerare la vita agra. Qualcuno che ci dica che gli ultimi saranno i primi, che i ricchi non vanno in paradiso, che pur essendo dei nessuno – ma poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno? – facciamo la differenza facendo la differenziata. Che non è nemmeno sbagliato, sia chiaro. È un ottimo palliativo che dura quanto un’esecuzione pubblica e per quel minuscolo brivido le brave persone non si fanno scrupoli a cliccare sulla lama che sta sopra una ragazzina di 16 anni.

Come al solito, fin dall’alba dei tempi, salviamo il mondo un pezzo di carne alla volta.

Autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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