06/08/2019

Chi ha paura del silenzio?

autore: Nicolò Zuliani
Chi ha paura del silenzio?

Ho iniziato a guardare i vecchi film per studiarli, poi ho continuato perché me ne sono innamorato. Se sto a casa la sera, invece delle serie TV mi faccio maratone per regista, per attore, sceneggiatore. Dopo averne visti a centinaia, mi sono accorto di quanto l’intrattenimento dell’uomo sia cambiato.

Se William Powell, Humphrey Bogart, Cary Grant o Frank Sinatra escono, nei film, vanno in un tipo di locale che oggi non esiste più. Sono posti grandi, eleganti senza essere pacchiani, con tavolini e lampada dove puoi cenare o solo bere, ascoltando musica vera suonata dal vivo che ti permette, volendo, di chiacchierare con chi hai di fianco.

William Powell e Myrna Loi

Non parlo delle hall di alberghi che fanno varietà tipo Weekend at Waldorf-Astoria o My man Godfrey, ma di semplici locali. Se esistessero ancora penso uscirei tutte le notti, perché sono umani. Capiscono l’essere umano, i suoi tempi, i suoi toni, i suoi desideri. L’ultima volta che sono andato in una discoteca in centro a Milano mi sono trovato in una bolgia dove tra la musica da psicopatici, posti miserabili, cocktail ripugnanti e prezzi imbarazzanti, ho realizzato che l’unico modo per divertirsi, lì dentro, era drogarsi o essere psicopatici di default. Di solito, quando qualcosa non mi piace, mi dico che è perché sono un uomo di 39 anni e non un ragazzo di 20.

Ma forse c’è qualcosa di più

Col tempo mi sono accorto che le persone hanno bisogno di rumore costante, in sottofondo. E dev’essere un suono aggressivo e prevedibile, o saranno a disagio e ne cercheranno uno più aggressivo. Conosco persone che vivono con la radio, la TV, la musica, i podcast costantemente attaccati. Se li togli, vedi la faccia della paura. Non importa la cultura, il reddito o la provenienza: sono dipendenti dal rumore.

Le risse in televisione sono quadruplicate, ormai non c’è talk show che non abbia gente che urla o insulta. A guardare i vecchi episodi di tribuna politica pare vengano da un altro pianeta. Ci sono persone riflessive, che si prendono il tempo per ragionare e poi rispondere.

Oggi la gente direbbe NOIAAAAAAA

Ma come fa a essere noiosa l’umanità? Non siamo alieni o personaggi di un film. Nessuno parla come in televisione. Prendiamo tempo, ci ripetiamo, chiediamo all’interlocutore di precisare, cambiamo idea, abbiamo gli mmmmm e gli eeeee. Prendete la musica; oggi le serate che fanno più successo sono quelle che ripropongono musica anni ’70 e ’80.

Nelle discoteche normali, le canzoni che mettono sono un mix di tutti i pezzi pop rimescolati senza durare più di 10 secondi. È come se una poiana dissenterica che si fa le unghie sulla rotellina della radio fosse diventata il miglior DJ del mondo. E alla gente va bene, purché non rimanga in silenzio. Più un rumore è forte e assordante, meglio è. Perché?

Cos’ha di tanto spaventoso, il silenzio?

Forse ci obbliga a restare da soli con noi stessi. In questi anni, o per come li vedranno le generazioni future, saremo visti come una banda di psicopatici soli, paranoici, sull’orlo di una crisi di nervi, farmacotossici e incapaci di affrontare noi stessi e i pensieri che strisciano sul cuscino prima di andare a dormire. Forse il motivo per cui quei locali non esistono più è che abbiamo perso la capacità di divertirci in pace con noi stessi e con gli altri, com’erano le generazioni precedenti che avevano orrori assai peggiori, e forse proprio per questo sapevano godere dell’attimo e della loro umanità.

Paul Newman, Paris blues

Viviamo vite che non ci piacciono, circondati da amici che non ci conoscono, donne che non ci capiscono, amanti che non ci ascoltano e posti che non ci rappresentano. Non importa quanto ci spacchiamo, rimane la voce nella testa a gridarci quanto siamo fuori strada. E per mettere a tacere quella spia dobbiamo alzare l’autoradio sempre di più.

Autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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