Pubblicato il 30/08/2019

Cosa berresti al Des Bains nel 1951?

autore: Nicolò Zuliani
Cosa berresti al Des Bains nel 1951?

Sono i primi anni ’50, siamo al festival del cinema di Venezia. Frank Sinatra, Ava Gardner, Humphrey Bogart e molti altri alloggiano al Des Bains, l’albergo neoclassico che accoglie divi di Hollywood fin dai suoi anni d’oro, escludendo la Grande guerra e l’incendio del 1918. Dal 1919 in poi, però, i camerieri devono lavorare il doppio per tenere lontani giornalisti e paparazzi, mentre il maitre e il direttore ricevono innumerevoli proposte economiche per lasciarsi andare in indiscrezioni e pettegolezzi sui loro ospiti.

Non succede mai. La seconda guerra mondiale è appena finita, c’è voglia di ricominciare e gli Stati Uniti si sono di nuovo innamorati dell’Italia, soprattutto per questioni strategiche. C’è una storia molto bella che mi hanno raccontato ai tempi del Gazzettino, mentre ficcanasavo in giro al Casinò.

Nel ristorante del Des Bains, Lauren Bacall fa un fischio e raduna il primo Rat pack, che aveva così battezzato una notte a Las Vegas quando all’alba andò a recuperare Sinatra, Bogart, David Niven, Dean Martin e gli altri trovandoli ridotti così male da definirli “un branco di ratti”. Loro l’avevano adottato come nome della loro allegra brigata. Richiamati all’ordine, i ratti si trasferiscono nel bar dell’albergo per bere un dopocena, il primo cocktail della serata – e quello di congedo. Poi alcuni si faranno scarrozzare fino al Casinò, altri resteranno a ubriacarsi lì.

Le bottiglie sugli scaffali del Des Bains del 1955 hanno gli stessi nomi di oggi e di cento anni prima. Alchermes (1500), Pimm’s (1851), Cinzano (1817), Kummel (1600), Galliano (1896), Strega (1860), Amaretto (1500), China Martini (1847), DOM Benedictine (1863) e via dicendo. Di questi liquori gli americani ne conoscono pochissimi e, viceversa, i barman sanno poco di quelli americani.

Ma il barman di allora, oltre a essere un visionario, è un professionista; consapevole di chi sarebbe arrivato nella hall e avido consumatore di giornali, sa che il cocktail preferito dal Rat pack si chiama Rusty nail. Così si è fatto arrivare una cassa di bottiglie di Drambuie, un liquore scozzese al miele che in Italia ancora non ha preso piede.

Come tutti i giganti, il Rusty Nail è un cocktail elementare: due parti di whisky, una di Drambuie, ghiaccio e scorza di limone. Fine. Oggi come cento anni fa, è l’unico dopocena che può stare a testa alta di fianco a uno Stinger, ed è un gran modo per cominciare la serata. Nei decenni è stato definito “il dopocena dei bevitori”, il “cocktail dei vecchi”, e altre definizioni spregiative.

Per me resta il cocktail di Frank Sinatra, di Lauren Bacall, e di quel mondo di celluloide che non riesci a guardare senza un whisky in mano.

Autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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