Pubblicato il 16/09/2019

Arabia Saudita-Iran: partiti dall’Iraq gli attacchi agli impianti petroliferi

autore: Michele Mastandrea
Arabia Saudita-Iran: partiti dall’Iraq gli attacchi agli impianti petroliferi

Emergono nuove verità riguardo l’ultima puntata dello scontro che oppone Iran e Arabia Saudita. Sarebbero partiti dalle basi di Hashd al-Shaabi, in Iraq meridionale, gli attacchi contro le installazioni petrolifere saudite dello scorso sabato. Questo almeno è quanto riporta il portale Middle East Eye, che cita fonti riservate dei servizi iracheni. Per le quali l’azione sarebbe una ritorsione dell’Iran nei confronti dell’Arabia Saudita.

Teheran accusa Riad di aver finanziato, nello scorso agosto, attacchi israeliani ad alcune postazioni militari nel sud dell’Iraq. Di qui la reazione e gli attacchi agli impianti della Aramco, l’azienda saudita più importante del settore. Di particolare rilievo sono i colpi subito dall’impianto di Abqaib, parte vitale dell’infrastruttura petrolifera del regno guidato dal principe Mohammed Bin Salman.

La notizia è importante perché smentisce la precedente rivendicazione dell’attacco effettuata dai ribelli houthi, forza politico-militare attiva nel conflitto in Yemen con il sostegno più o meno velato dell’Iran. Gli houthi continuano ad opporsi al governo di Abd Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, in un conflitto che è una vera e propria guerra per procura tra le due potenze mediorientali.

Lo scontro Iran-Arabia Saudita si inasprisce

A prescindere dalle versioni messe in campo, i bombardamenti che hanno paralizzato lo scorso sabato l’industria petrolifera saudita sarebbero dunque ufficialmente ascrivibili allo scontro geopolitico in corso da anni tra Arabia Saudita e Iran.

Gli attacchi avrebbero compromesso circa il 5% dell’offerta giornaliera di petrolio globale, vale a dire circa 5,7 milioni di barili. L’Arabia Saudita, principale esportatore al mondo della materia prima, è stata costretta a dimezzare la sua capacità estrattiva. Subendo un duro colpo a quella che è la principale industria del paese.

I prezzi del greggio sono infatti schizzati ai livelli più alti dal 1991, anno della Guerra del Golfo. Un operatore del settore ha dichiarato alla Reuters che per tornare alla normalità potrebbero volerci diverse settimane. Riad dovrebbe comunque riuscire a non subire particolari contraccolpi, attingendo alle sue enormi riserve. Entro la serata di oggi circa un terzo delle forniture colpite (circa due milioni di barili) dovrebbero essere ripristinate.

Obiettivo dell’attacco dell’Iran è sicuramente anche parlare agli Stati Uniti, impegnati da mesi in un duro scontro diplomatico con Teheran. Se sembrava potesse a breve svolgersi un incontro tra il presidente iraniano Rouhani e quello americano Trump, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quanto avvenuto potrebbe far slittare ulteriormente il momento propizio.

Sullo scontro Usa-Iran c’è l’incognita israeliana

L’Iran ha dunque voluto battere un colpo, al fine di migliorare la sua posizione negoziale con Washington? Provando a riportare gli Usa al tavolo da una posizione di forza, facendo fare a Trump marcia indietro sulla sua politica di “massima pressione”?

Non fanno presagire nulla di buono in questo senso le parole del Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, per il quale “Teheran è dietro a quasi 100 attacchi all’Arabia Saudita, mentre Rouhani e Zarif fingono di impegnarsi nella diplomazia”. Gli Usa hanno anche reagito dicendosi pronti ad attingere alla Strategic Petroleum Reserve americana per sostenere l’offerta mondiale, evitando shock dei prezzi. La tensione rimane dunque altissima, in particolare tra i repubblicani americani più vicini a Riad. Il senatore Usa Lindsay Graham ha dichiarato il suo appoggio all’opzione di colpire i pozzi petroliferi iraniani per rispondere alla mossa dell’Iran.

Elemento fondamentale del quadro geopolitico sarà anche l’esito delle elezioni in Israele, previste per domani e dove si sfidano l’attuale falco anti-iraniano Benjamin Netanyahu e il più moderato Benny Gantz. Trump ha appoggiato fortemente negli ultimi anni le politiche espansionistiche di Netanyahu nei Territori Occupati, aderendo anche alla proposta fatta dal leader del Likud di annessione diretta di gran parte degli attuali insediamenti ebraici in Palestina.

Ma il vero tema su cui Trump è al fianco di Netanyahu è la sua politica in chiave anti-Iran. Una vittoria di Gantz potrebbe aprire ad un parziale distacco dalle attuali relazioni israelo-americane, con ricadute su tutta la regione.

Autore: Michele Mastandrea

Nato nel 1988, vive a Bologna. Laureato in Relazioni Internazionali all'università felsinea, su Termometro Politico scrive di politica estera ed economia.
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