Parasite, un film dell’Italia anni ’50

Pubblicato il 6 Novembre 2019 alle 11:22
Aggiornato il: 7 Novembre 2019 alle 16:43
Autore: Nicolò Zuliani

Parasite, un film dell’Italia anni ’50

Il regista Bong Joon-ho l’ho conosciuto con Snowpiercer, un film idiota quanto pretenzioso che mi tolse la voglia di vedere qualsiasi sua altra opera; era stato capace di rendere brutto un film con dentro Ed Harris, e questo è uno sgarro che sfocia sul personale. A questo si aggiunga che la sua ultima opera, Parasite, è stata osannata al festival di Cannes – già brutto segno – e a quello di Venezia – segno ancor peggiore.

E dire che il poster già diceva tutto.

Non è l’infallibile marchio d’inguardabilità del Sundance, ma poco ci manca. Eppure di Parasite i giornalisti specializzati parlano con entusiasmo genuino, diverso da quello formale che si applica a cazzate retoriche tipo Moonlight, La forma dell’acqua et similia.

Così, complice la pioggia, sono andato al cinema.

A metà del primo atto mi rendo conto che sto guardando qualcosa di ben pensato, ben scritto, ben girato. Troppo, addirittura. All’inizio del secondo atto sono immerso nei personaggi e nelle loro vite grazie a una regia e una scrittura capace di trasmettere quella povertà scanzonata da cinema italiano anni ’50.

È una grande commedia, in cui ogni personaggio è più furbo di me, ha più soluzioni di me, e si merita ogni centimetro di quello che guadagna. Non ci sono predestinati, solo duro lavoro e intelligenza. Non ci sono stereotipi prefabbricati col cattivo, il buono e il sonaglietto gugu; ci sono sfaccettature di personalità, con quell’ironia tipica di chi la povertà la conosce davvero. È un grande film.

Poi migliora.

Oggi lo chiamano dramedy, un tempo erano screwball comedy. Sono quei film in cui non sai cosa succederà il momento dopo; ridi, poi ti commuovi, poi prendi paura e il finale è imprevedibile. Insomma, quel tipo di storie che più assomigliano alla realtà, sprovvisti dei cartelli e dei sottotitoli per farsi capire da quelli che al cinema ti chiedono “quello è il cattivo?”.

A un terzo del secondo atto c’è un colpo di scena così ben pensato, coraggioso e imprevedibile che potrebbe uscire dalla Hollywood degli anni ’40, tanto è straniante. Si chiude con un terzo atto vero, cosa oggi impensabile, che ti lascia sazio. È come mangiare una pizza napoletana vera, poi mangiarti la seconda e uscire barcollante e felice.

© Neon / courtesy Everett Collection

Parasite: uno dei più bei film che ho visto negli ultimi cinque anni.

Mi ha riportato a quel periodo in cui scoprivo le screwball comedy e invece di guardare film cassoni per parodiarli sono passato a guardare capolavori, innamorarmene e studiarli. Quei film capaci di farti vivere un’esperienza, più che raccontarti una storia, perché scritti e girati da persone che capiscono le emozioni umane, le realtà diverse e non le giudicano, ma cercano di riportarle nel modo più verosimile possibile.

Un mondo dove non esistono buoni e cattivi, solo desideri contrastanti e metodi per arrivare a soddisfarli, camminando sul filo in maniera così magistrale da farti domandare a ogni minuto “io cos’avrei fatto?”. Con Parasite ridi, hai paura, te la fai sotto e ti commuovi, proprio come nella vita vera. Oggi film così sono rarissimi, e non credo possano nascere in occidente.

Se vi annoiano i buoni e i cattivi, è pane per il vostro weekend.

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L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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