Riguardo ai film Marvel e il mio tweet sulla “roba da sfigati”

Pubblicato il 9 Novembre 2019 alle 18:34 Autore: Nicolò Zuliani
Riguardo ai film Marvel e il mio tweet sulla “roba da sfigati”

Quando Scorsese e De Palma hanno dichiarato quello che pensano dei film sui supereroi, parecchi si sono incazzati. Io gli sono andato dietro e su Twitter li ho definiti – tranne scarse eccezioni, Gotg in primis – come “roba da sfigati”. Non è stata un’uscita molto felice, avrei potuto dirlo in maniera più articolata, ma è quello che penso da un pezzo. Il mio interesse per quella roba è sceso drasticamente perché mi annoia, tanto quanto le menate GNAAAAA WOOOOO BRAAAAA del Sundance. Ed è ironico, calcolando che a vent’anni erano i soli film che riuscivo a guardare.

C’erano le esplosioni, il bratatata, cazzimma, ceffoni.
Poi è arrivata Ginger Rogers.

Grazie a lei ho scoperto i grandi registi, i grandi sceneggiatori, sono andato a leggere i loro romanzi. Mi sono accorto che mentre guardavo quei film o leggevo quelle storie non mi veniva voglia di skippare le scene sentimentali, anzi. Ho riguardato film attuali che non m’erano piaciuti e sono riuscito a leggerli in chiave differente, fino ad apprezzarli. Ma i film stile Marvel mi sono diventati insopportabili. Non conosco i fumetti e magari sono diversi, ma io parlo dei film. E credo di avere capito che non mi piacciono più perché ho letto i greci.

I supereroi sono dei, non esseri umani.

Alcuni sono umani su carta, ma non nella realtà. Tony Stark ha un’armatura che appare dal nulla come un superpotere. Batman, Hawkeye, Black widow, non si fanno mai davvero male e se succede, è una cosa scenografica che non ha effetti sulla narrazione per la quale, senza timore d’errore, alla fine i buoni vincono e i cattivi perdono. Persino se i personaggi muoiono lo fanno pro forma e poi ritornano.

Chiariamo; a me gli dei stanno benissimo e i greci ne hanno fatto un’arte, ma la regola era che gli dei influivano e manipolavano il mondo degli uomini. Loro soffrivano, s’arrangiavano, s’arrabbiavano, lottavano e forse finiva bene e forse male, perché c’era il sottinteso che gli uomini sono sottomessi alle divinità.

Ma senza gli umani è un esercizio di stile vuoto.

Pensate a Barbossa contro Jack Sparrow, in quel gioiellino di film che è La maledizione della prima luna: «So what now, Jack Sparrow? Are we to be two immortals locked in an epic battle until Judgment day and trumpets sound?»
«Or you could surrender» gli suggerisce Jack.

È il riassunto di tutti i miei problemi con i film Marvel. Film in cui la moralità è bassissima, basti pensare a capitan America che dovrebbe essere simbolo di moralità, poi Winter soldier fa delle carneficine di innocenti ma amen, è mio amico, perdoniamolo. Cazzo, Corleone ha più moralità di capitan America. Film in cui sono tutti predestinati, vuoi per nobiltà di sangue, vuoi per nobiltà di terra, MAI per nobiltà di spada. Nessuno si guadagna niente, in quei film. Nessuno perde niente davvero, perché sono divinità. È anche per questo che i morti e il concetto stesso della morte sono trattati con la stessa profondità di una puntura di zanzara.

Prendete un film anni ’80 come Predator.

Lì ti importa della squadra perché sono umani, forti con una personalità forte, ma hanno crisi isteriche. Muoiono. Si feriscono e quelle ferite li rallentano. L’ultimo rimasto non è predestinato, non ha superpoteri: è un uomo contro un semidio, ma usa l’ingegno e il duro lavoro per sconfiggerlo. Su Predator, Schwarzenegger non è Davide contro Golia: è Ulisse contro Polifemo. E t’importa di lui, perché è un uomo, e sotto il suo concetto di onore soffre, ha paura, sbaglia, impara e si merita la vittoria. E questo viene evidenziato dall’assenza di effetti speciali digitali su di lui, ma solo sul nemico che anche se sanguina, nemmeno ha il sangue dello stesso colore.

Non lo so.

Forse sono i miei gusti che sono cambiati, forse è il pubblico di riferimento. Forse i film sono diventati qualcosa per intrattenere quelli che credono nella frase “staccare la testa” e per farlo hanno bisogno di trame mediocri, personaggi vuoti, regia piatta e gente che muore a migliaia in sottofondo nell’indifferenza generale. Io ho 39 anni, e invece di staccare la testa preferisco ricaricarmela. Ma immagino siano scelte di vita differente.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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