Afghanistan papers, capitolo 1 – “We are woefully deficient in human intelligence”

Pubblicato il 12 Dicembre 2019 alle 13:11
Aggiornato il: 3 Gennaio 2020 alle 18:42
Autore: Nicolò Zuliani
Afghanistan papers, capitolo 1 – “We are woefully deficient in human intelligence”

Dopo l’11 settembre 2001, vengono mandati in Afghanistan 775,000 soldati. Di questi ne muoiono 2300 e restano feriti 20,589, di cui molti mutilati perenni. Vengono spesi tra i 934 e i 978 miliardi di dollari, senza contare le spese della CIA e dell’ufficio dei veterani che si occupa di prendersi cura dei reduci. Con queste cifre avrebbero potuto costruire 195 torri gemelle, oppure donare a ogni famiglia delle 2977 vittime ben 328 milioni e mezzo. A testa.

Invece partono per la guerra al terrore

Sette anni dopo sono al punto di prima, mentre i soldi volano nel cesso come fosse un’allegra fontanella. Nel 2008 John Sopko viene incaricato di formare una commissione perché indaghi su sprechi di denaro e truffe in Afghanistan. La commissione viene battezzata SIGAR, acronimo di office of the Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction. L’importante è che abbia un’assonanza con cigar, sigaro, altrimenti non se la ricorderebbe manco chi la presiede.

La Sigaro s’ingegna come può, ma scopre che l’orrore è senza fondo. Nel 2014, con un budget di 11 milioni di dollari, Sopko forma una branca della Sigaro, chiamata “Lesson learned”, ma che noi per comodità chiameremo Task force Ovvietà. Il compito consiste nell’elencare ogni errore commesso in Afghanistan dagli USA in modo da non ripeterli nell’eventualità di un’altra invasione.

La TF Ovvietà intervista 600 uomini del personale militare statunitense, ma va anche a Londra, Bruxelles e Berlino, intervista 20 ufficiali afghani che si sono occupati di ricostruzioni e programmi di sviluppo. Alla fine di ogni intervista la commissione Sigaro le pubblica in dei rapporti fin dal 2016.

Vogliamo secretarli?
No, perché?

Dopotutto sono scritti in burocratese; una tempesta di (1)(a.1)(8.2.1), acronimi, sigle e riferimenti a leggi e allegati che sarebbero stati ostici da leggere per un europeo del 1800, figurarsi per un popolo che per rendere interessante un documentario ci deve mettere animazioni 3D, esplosioni e chitarre elettriche. Non li legge nessuno, men che meno i militari. Nel frattempo Donald Rumsfeld, capo del Pentagono – cioè dei servizi segreti militari – è un uomo espansivo: gli piace smessaggiare, scrivere, raccontare la sua vita meravigliosa ed entusiasmante. Lo fa attraverso i cosiddetti “fiocchi di neve”, pensierini che invia urbi et orbi; sono una valanga, alcuni li collezionerà nel suo libro, altri restano lì, sparsi, destinati “a imbarazzare gli Stati Uniti a distanza di 10 anni”.

Insomma, tutto il materiale era sul tavolo, serviva solo qualcuno che ci inciampasse sopra.

Dopo 18 anni di guerra e migliaia di morti, nessun risultato e i vertici militari che sorridono dicendo “va tutto bene”, a qualcuno viene in mente di dire “mah, davvero?”. Per tranquillizzare l’opinione pubblica, l’esercito decide di affiancare a un generale un giornalista di Rolling stones.

Sì, sì, sul serio. Rolling stones.

È come mandare un giornalista di Vice Italia al ballo delle debuttanti e aspettarsi un reportage diverso da “un covo di neonazisti”.

Ne esce un ritratto abominevole delle forze armate e dell’amministrazione Obama (ne è stato tratto un film, War machine, 2017) e la narrativa s’incrina. Il Washington post si interessa, scopre l’esistenza della commissione Sigaro e dei rapporti. Domanda se li può consultare, dato che non sono riservati. Si scatena il panico. La commissione Sigaro protesta dicendo che sono documenti per addetti ai lavori e rifiuta di rilasciarli; al WP tocca portarli davanti alla corte federale per due volte prima di riuscire a ottenerli grazie al Freedom of information act.

Il 90% dei nomi degli intervistati viene censurato, ma il testo è oro puro.

Ci permette di entrare nella mentalità dei vertici di Stato e forze armate dell’epoca, di capire quale fossero clima, preparazione e strategia. L’idea iniziale al decollo era chiara: fare una rappresaglia ed evitare si ripetesse un 9/11. Appena atterrati, però, c’è un’agghiacciante scoperta: nessuno parla le varie lingue del posto. Nessuno ha idea di chi sia il nemico o come distinguerlo. È Al Qaeda? I talebani? Come si riconoscono? Il Pakistan è un alleato? Chi è lo Stato Islamico?

Scoprono dopo che la CIA finanzia dei signori della guerra, ma nessuno ha idea se sono da considerare amici o nemici. Anche perché è tutto coperto da segreto militare a cui i militari non possono accedere. Chiedono aiuto alla Casa bianca che non risponde, anzi, fa presente l’obiettivo prioritario è plasmare la cultura afghana in modo che emancipi la donna. Interviene il Dipartimento di Stato, dicendo che l’obiettivo prioritario è trasformare l’Afghanistan in una democrazia. A quel punto interviene il Pentagono, per il quale l’obiettivo prioritario è bilanciare i rapporti tra Pakistan, India, Iran e Russia.

“No strategy at all”

Quando noi cerchiamo di far capire che una popolazione bisogna conoscerla, capirla, studiarla, ci ignorano. L’ISAF fa di tutto per dire come ci si dovrebbe rapportare a una popolazione diversa per cultura, tradizioni, religione e alla fine, filosofia di vita. Gli americani per tutta risposta ci storpiano il nome: ISAF significa “I suck at fighting” o “In Sandals And Flip flops”.

A quel punto noi e l’Europa decidiamo di tacere.

Il 17 aprile 2002, sei mesi dopo l’inizio della guerra, Rumsfeld scrive: «Potrei essere impaziente. In effetti so di essere un po’ impaziente. A meno che non vediamo segnali di stabilizzazione necessaria al nostro ritiro dal paese, non ce ne andremo mai dall’Afghanistan. Aiuto!” Il capo dei servizi segreti militari chiede aiuto col punto esclamativo. In uno dei suoi fiocchi di neve datato 8 settembre 2003 scrive un commento destinato a diventare il nuovo motto degli Stati Uniti: “We are woefully deficient in human intelligence”.

Nel frattempo, nel dubbio, hanno invaso un altro Stato sbarcando con elicotteri, fucili e cannoni. Una gioia per qualsiasi popolazione mondiale, che non tarderà a rispondere.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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