Intercettazioni: in nome della privacy si ammazza la stampa

Pubblicato il 23 Aprile 2010 alle 23:57 Autore: Giuseppe Ceglia
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Meno di un anno fa l’opposizione, la magistratura e la stampa indussero uno sciopero contro il ddl sulle intercettazioni, presentato nel 2008 dal guardasigilli Angelino Alfano e subito stoppato dal Quirinale. Da quel giorno qualche punto del disegno di legge è stato modificato, ma il fronte oppositivo è più agguerrito di prima.

Dodici emendamenti, due governativi e dieci del relatore al Senato Roberto Centaro, sono stati presentati pochi giorni fa all’esame della commissione giustizia di Palazzo Madama.

 

[ad]Teoricamente le modifiche avrebbero dovuto adattare il ddl alle richieste di Napolitano e dei critici, giungendo a un punto di accordo fra le parti. In pratica, per affermare il diritto della privacy, sancito come inviolabile dall’art.15 della Costituzione, la proposta di legge ha accresciuto il malcontento.

 

Prima di entrare nel merito degli emendamenti sulle intercettazioni è bene chiarire quest’ultimo punto. È vero che per la Costituzione il diritto alla segretezza è inviolabile. Lo ha ricordato lo stesso Alfano. Peccato, però, che il ministro abbia tralasciato il secondo comma, secondo cui l’autorità giudiziaria può limitare tale diritto «con le garanzie stabilite dalla legge». È proprio grazie a questa sezione dell’articolo che è stato possibile per la magistratura scoprire e mettere fine a reati gravissimi. Se il testo di oggi diventasse legge, per i criminali sarebbe molto più facile non farsi scoprire. E se anche venissero scoperti, i cittadini non ne verrebbero a conoscenza, o almeno non come è stato fino ad oggi.

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Per poter essere autorizzati a intercettare, infatti, bisogna che sussistano almeno tre elementi: il primo è che ci siano «gravi indizi di reato». Da notare come questa dicitura, che ha sostituito la vecchia («evidenti indizi di colpevolezza»), ha trovato il favore di alcuni esponenti dell’opposizione tra cui Anna Finocchiaro; il secondo elemento è che bisogna essere autorizzati non solo dal gip, ma anche dal tribunale; l’ultimo è che l’utenza dell’intercettazione può essere intestata solo all’indagato o al massimo a una terza persona già emersa da indagini precedenti.

 

Al di là delle autorizzazioni, dando un’occhiata generale al testo, è evidente come molte delle modifiche apportate al disegno di legge vadano in una direzione ben precisa: l’inasprimento delle pene a carico dei giornalisti.

 

Se il ddl presentato in Senato diventasse legge, gli operatori dell’informazione non potrebbero pubblicare alcun tipo di intercettazione. Non uno stralcio, non un riassunto: nulla. Almeno fino all’udienza preliminare o al rinvio a giudizio dell’intercettato.

 

In caso contrario le pene parlano chiaro:

 

  • Da 2 mesi a 6 anni di reclusione (5 nel precedente ddl) per giornalisti e ufficiali giudiziari che pubblichino o diffondano documenti protetti da segreto istruttorio. Per i giornalisti è prevista, altrimenti, un’ammenda dai 4mila ai 20mila euro e la sospensione dalla professione.
  • Da 6 mesi a 4 anni di reclusione per gli autori di intercettazioni e riprese effettuate con la frode (come nel caso di Patrizia D’Addario).
  • Stessa pena per coloro che registrano o filmano di nascosto (come nelle trasmissioni di inchiesta tipo le Iene, Report e Striscia la Notizia)

 

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