Conclusioni Eurogruppo 9 aprile 2020: cosa hanno deciso i paesi riuniti

Pubblicato il 12 Aprile 2020 alle 14:27 Autore: Eugenio Galioto

Conclusioni Eurogruppo 9 aprile 2020: è previsto un pacchetto di 1000 miliardi tra Mes, Bei e Sure. Incerto il divenire del Recovery Fund

bandiere europee in fila davanti il grattacielo grigio della Commissione europea a Bruxells
Conclusioni Eurogruppo 9 aprile 2020: cosa hanno deciso i paesi riuniti

Dopo il primo incontro-fiume di mercoledì scorso, conclusosi con un nulla di fatto, i ministri delle Finanze dell’Unione europea sono tornati a riunirsi lo scorso giovedì.

Questa volta sono bastate poche ore per addivenire a un sofferto accordo che ha visto premiare la posizione dell’Olanda e della Germania sul no agli eurobond e un sì al ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, con condizionalità sospese solo per quanto riguarda le spese sanitarie.

Mentre il ministro delle Finanze Roberto Gualtieri e il commissario europeo Paolo Gentiloni cantano vittoria, le opposizioni si sono scatenate parlando di una “Caporetto” e alludendo al tradimento degli interessi dell’Italia. A placare le polemiche è intervenuto dapprima il M5S con una nota ufficiale da parte del capo politico Vito Crimi e poi lo stesso Capo del governo Giuseppe Conte che ha assicurato che il Mes non sarà mai attivato dall’Italia e che nella prossima riunione del Consiglio europeo insisterà con la costituzione degli eurobond, poiché la partita sull’emissione delle obbligazioni di debito pubblico ancora non si è chiusa.

Conclusioni Eurogruppo 9 aprile 2020: le proposte sul tavolo

La trattativa nell’Eurogruppo dei giorni precedenti si è svolta su quattro proposte:

  • prestiti del Mes agli Stati membri che Germania, Olanda, Finlandia – i “falchi del Nord” – vorrebbero con condizionalità, cioè attraverso la sottoscrizione di memorandum da parte dello Stato che intenda accedere al prestito.
  • aiuti della Banca europea degli investimenti
  • sostegno da parte del Sure alle casse integrazioni nazionali, come proposto dalla Commissione europea.
  • ricorso a Recovey Fund, ovvero il fondo finanziato da obbligazioni congiunte (una sorta di “eurobond light”) per rilanciare le economie dei Paesi dell’Unione.

Le conclusioni cui si è giunti al vertice dell’eurogruppo riguardano un pacchetto dal valore di 1.000 miliardi di euro (per fare una comparazione, in USA sono stati mobilitati 2.000 miliari di dollari), basato su tre pilastri.

Il primo, il principale, riguarda l’accordo raggiunto sull’uso flessibile del Mes, nel senso appunto di possibilità di ricorrere al prestito senza condizionalità limitatamente al finanziamento dell’assistenza sanitaria e dei costi relativi alla cura e alla prevenzione.

Nel comunicato viene altresì specificato che “superata l’emergenza i Paesi si impegneranno a rafforzare i loro fondamentali economici e a rispettare il quadro di bilancio”. Ciò, potrebbe voler dire che le condizioni potranno essere riviste in qualunque momento dai creditori, dimostrando quanto la categoria stessa di non condizionalità sia alquanto flebile e coloro che tifano per un Mes senza condizionalità, al posto del sistema attuale, rischiano di rimanere delusi.

In sostanza, 410 miliardi potrebbero essere messi a disposizione del Mes che, accanto alle linee di credito già previste (da cui potrebbe arrivare una cifra pari al 2% del Pil di ogni Stato), prevede anche l’attivazione di un Rapid financing instrument con una dotazione di 80 miliardi.

In ogni caso, l’Olanda, nei giorni scorsi, si era strenuamente opposta ad un eccessivo alleggerimento delle condizioni di utilizzo del Mes e finanche alla proposta francese del Recovery Fund, un fondo finanziato da titoli congiunti.

In realtà, la proposta dei francesi è stata accolta alla fine sia dalla Germania che dall’Olanda. Si tratta, come si diceva, di un fondo di solidarietà da 500 miliardi teoricamente finanziabile con debito comune europeo. “L’Eurogruppo è d’accordo a lavorare ad un Recovery Fund per sostenere la ripresa – si legge nel documento – Il fondo sarà temporaneo e commisurato ai costi straordinari della crisi e aiuterà a spalmarli nel tempo attraverso un finanziamento adeguato”.

Le modalità con cui si svolgerà questo processo restano però un incognita, giacché, dopo le conclusioni dell’eurogruppo di giovedì, sarà il Consiglio europeo a stabilire come finanziare il nuovo fondo: se con bond comuni o con altri strumenti. C’è da attendersi che l‘Olanda e la Germania restino fermi sulla loro posizione di contrarietà assoluta ai bond, anche in salsa light come quella che Gualtieri e Conte hanno intenzione di spuntare al prossimo Consiglio europeo. Al momento, dunque, non può rappresentare un canale cui attingere risorse da parte degli Stati.

Per quanto concerne il secondo pilastro, gli aiuti della Banca europea per gli investimenti (BEI), si è stabilito che essa aprirà delle linee di credito per le imprese. Nulla che riguardi quindi gli Stati e la spesa pubblica necessaria per affrontare la crisi, ma sul tavolo sono previsti in ogni caso 200 miliardi per dar ossigeno alle imprese in affanno.

Il terzo pilastro è il famigerato SURE. Si tratta del fondo “anti-disoccupazione” della Commissione europea per aiutare i paesi europei a sostenere (attraverso dei prestiti) i costi della cassa integrazione. La cosa che salta subito all’occhio è il fatto che, non trattandosi di prestiti a fondo perduto, qualsiasi risorsa finanziata dal SURE graverebbe sul debito pubblico degli Stati, esattamente come i prestiti del vituperato e tanto contestato Mes.

Inoltre, il fondo dovrebbe avere una dotazione «fino a 100 miliardi» ma nei fatti dipende dall’ammontare delle garanzie che gli Stati metteranno a disposizione su base volontaria. Quindi, se da un lato la partecipazione al programma è su basi volontarie, dall’altro la partenza è condizionata dal fatto che tutti gli Stati membri mettano a disposizione le garanzie necessarie sul tavolo della Commissione europea.”Ciascuno Stato dell’UE – ha sottolineato Stefano Fassina – deve dare garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili alla Commissione affinché la Commissione possa emettere sul mercato i titoli necessari a raccogliere le risorse da prestare agli Stati in difficoltà”.

La questione dibattuta degli eurobond

Quanto agli eurobond, il ruggito dell’Italia si è trasformato in sordo miagolio che non ha meritato nemmeno menzione nel documento finale dell’Eurogruppo.

L’emissione di eurobond comporterebbe una cessione di sovranità fiscale da parte degli Stati membri verso una sovranazionalizzazione che testimonierebbe di un processo di avanzamento verso una più compiuta integrazione europea. Proprio quella stessa sovranità fiscale che alcune nazioni non sono disposti a rinunciare. Tra queste l‘Olanda che gode di incommensurabili vantaggi dovuti al dumping fiscale di cui beneficiano molte aziende italiane, a scapito dell’italia.

Attraverso gli eurobond, i singoli Paesi sarebbero tenuti ad effettuare prelievi fiscali finalizzati al rimborso dei titoli emessi attraverso gli stessi eurobond senza alcuna voce in capitolo da parte dei singoli parlamenti nazionali. Questo è il principale motivo politico, al di là degli interessi di natura economica, che spinge la Germania (oltre che Olanda e Finlandia) ad essere contraria all’emissione degli eurobond: perché l’utilizzo delle risorse sarebbe scelto a livello sovranazionale e intergovernativo o, al massimo, mediante il Parlamento europeo, la cui legittimità democratica però è molto più debole di quella dei parlamenti nazionali.

Del resto, la bocciatura degli eurobond era l’unico esisto scontato delle conclusioni dell’eurogruppo, giacché la cancellliera Angela Merkel, poco prima dell’incontro aveva ribadito di non credere «al debito comune a causa della situazione della nostra unione politica».

In buona sostanza, gli eurobond in ogni caso sono stati bocciati ed è improbabile che sul loro utilizzo Italia e Spagna la spuntino nelle conclusioni del prossimo vertice del Consiglio europeo. A meno che gli stessi eurobond, espulsi dalla porta non rientrino dalla finestra sotto altro nome e in versione “soft”, come esito del Recovery fund proposto dai francesi.

Del resto, con l’asse franco-tedesco perfettamente ricucito pochi giorni prima, era scontato che le conclusioni dell’euro-gruppo si risolvessero con la capitolazione dell’Italia e degli Stati del sud.

Ovviamente, come si sono precipitati a chiarire M5S e il Premier Conte, per placare le opposizioni infuriate, ciò non significa che l’Italia abbia attivato o attiverà il Mes (che per essere attivato ha bisogno dell’assenso del parlamento). Tuttavia, è probabile che l’unica modalità attraverso la quale poter attingere nel breve periodo (senza attendere il lungo processo di attivazione del Recovery fund il cui funzionamento è ancora ignoto e tutto da decidere) un finanziamento da parte dell’Unione europea sia per l’Italia proprio il Mes. A meno che l’Italia non scelga di finanziarsi sui mercati, confidando nella copertura della Bce.
 

Segui Termometro Politico su Google News

Hai suggerimenti o correzioni da proporre?
Scrivici a
redazione@termometropolitico.it

L'autore: Eugenio Galioto

Sociologo, un passato da ricercatore sociale e un presente da analista politico. Scrivo principalmente di economia e politica interna. Amo il jazz, ma considero l'improvvisazione qualcosa che solo i virtuosi possono permettersi.
Tutti gli articoli di Eugenio Galioto →