Anche le persone sul Naviglio grande sono esseri umani

Pubblicato il 8 Maggio 2020 alle 16:30
Aggiornato il: 18 Maggio 2020 alle 20:30
Autore: Nicolò Zuliani

Duole ammetterlo, lo so.

Anche le persone sul Naviglio grande sono esseri umani

La narrazione degli stimaticolleghi online ha da tempo raggiunto quella di Striscia la notizia e Le Jene, in un rossiniano crescendo di indignatio lavandaiæ. Anche nei linciaggi esistono l’economy e la business class, dopotutto. La prima riguarda la suburra residente a Tor Bella Garbagnate che su Facebook lapida Influencers e immigrati. La seconda riguarda i laureati IULM con un libro nel cassetto e gli ansiolitici in tasca, residenti in centro storico/Area C i quali devono poter dare del fascista/omofobo/sessista/razzista almeno una volta al giorno, o rischiano di accorgersi che stanno proiettando.

In media una volta al mese le due classi disputano un derby per decidere se sono più alienati quelli in business o più razzisti quelli in economy.

Oggi però è avvenuto un fatto nuovo.

Repubblica online, giornale-Corano dell’Intellighenzia che sentenzia, ha messo sul patibolo nientemeno che il popolo del Naviglio grande, cioè la riserva di caccia dove si abbevera l’editoria italiana. Scrittori, wannabe scrittori, sceneggiatori, fumettisti, giornalisti, elzeviristi, editori, opinionisti, direttori qui si procacciano carne da scopo di seconda scelta, essendo la prima in luoghi troppo chic.

Del resto se campi facendo apologia della miseria non puoi farti beccare nella hall del Principe di Savoia con attaccato al braccio speranze ventenni. Si alzano quindi gli scudi per difendere l’abbeverata: vengono fatte fotografie, parallelismi, misurazioni, ricostruzioni 3D per dimostrare che no, il Naviglio grande è responsabile, è tutta un’illusione ottica, non chiudetelo.

Nemmeno quando il ROS di Internet ha sbugiardato il cestino della spazzatura ho visto tanto niente.

Il fatto è che la folla è uguale in qualsiasi parte o epoca del mondo. Non puoi appellarti al “senso di responsabilità” di una folla, perché non ce l’ha. Non funziona così, e se vuoi fare il politico o il rappresentante del popolo ci si aspetta che tu abbia letto Maslow, Gustave Le Bon e ne abbia fatto esperienza pratica.

Aprire chioschetti di birra e pretendere la folla ci si metta in fila con la mascherina a due metri di distanza è come sperare nella pensione o nel contratto a tempo indeterminato: non accadrà mai, perché la folla non. Funziona. Così. Non c’è differenza tra una folla di milanesi, di bergamaschi, di napoletani o di indiani. Nemmeno di americani.

So che ci piace pensarlo ma sono la stessa cosa, si muovono e ragionano allo stesso modo.

Non è bello o brutto: è la natura umana e basta.

In giro per il mondo, con il lockdown, governi che conoscono molto meglio la folla hanno messo in pratica metodi ben più drastici e funzionali. La folla capisce solo forza, terrore e prevaricazione, perché è la sola cosa che sa fare. Se non ci credete, prendete una bella folla di persone istruite e democratiche e mettetela davanti a un comizio di Salvini; poi prendete una folla di analfabeti fascistoidi e mettetela davanti a un comizio di Gino Strada; poi sovrapponete l’audio. In mezzo a tanta gente gli impulsi emotivi diventano equazioni imprescindibili a cui A corrisponde B. Non ci sono eccezioni, non ci sono margini d’errore: è matematica sociale.

Le persone stanno in fila ordinata nei supermercati perché sono lì per fare la spesa. Non stanno in fila ordinata davanti a un chioschetto perché sono lì per divertirsi.

Se vuoi che la folla stia in fila con le mascherine davanti a un chioschetto di birra non devi trasmettere svago, divertimento e relax: devi trasformarlo nella distribuzione del rancio in caserma. Metti quattro vigili con il metro che comunque mollano una o due multe a caso.

“Eh ma così non ci vanno”.

Ci vanno, ci vanno; basta mettere i vigili dietro l’angolo un giorno sì, due no, quattro sì, uno no. La folla impiega tempo per adattarsi e appena lo fa imputtana tutto. L’unico metodo per tenerla a freno sono le briglie del terrore, che consiste nell’imprevedibilità martellante. Sto distanziato perché altrimenti è molto probabile mi multino, ma ci sono anche volte in cui non succede niente, quindi non riesco ad adattarmi né alla prevaricazione – a cui segue reazione – né alla tranquillità – a cui segue lo svacco.

La folla non capisce le scale di grigi né “fase 2”: o è lockdown, o è normalità. E questo vale per il Naviglio grande come per la periferia di Mestre.

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L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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