Il riscatto, i vestiti e la conversione all’Islam di Silvia Romano

Pubblicato il 11 Maggio 2020 alle 14:17
Aggiornato il: 13 Maggio 2020 alle 13:17
Autore: Nicolò Zuliani

Forse era meglio quando eravamo tutti virologi.

Il riscatto, i vestiti e la conversione all’Islam di Silvia Romano

Dopo due anni, i nostri Servizi segreti militari sono riusciti a recuperare Silvia Romano, italiana rapita in Kenya da uomini di Al-Shebaab, un’organizzazione terroristica. Come abbiano fatto non lo sapremo mai. Dev’essere stato simile a quello che fece Nicola Calipari per la Sgrena; contatti, gente sul posto, soffiate, informatori, fiato sospeso e di corsa in ambasciata.

Silvia Romano è apparsa agli occhi dei suoi connazionali con il jilbab e un sorriso estatico; alla psicologa dell’ambasciata ha chiesto di essere chiamata Aisha e ha dichiarato di essersi convertita all’Islam.

Gli indivanados hanno finalmente qualcosa da dire tra un boccone di pasta e l’altro, e si lanciano subito in commenti: poteva vestirsi con “abiti tradizionali italiani” (ma tipo?), quanto ci è costato il riscatto, il sempiterno “se l’è cercata” (frase che indipendentemente dal contesto è la carta d’identità di infami e meschini) e altri fiumi di miserie spesso fomentati da opinionisti che del mondo se va bene conoscono le metropoli.

Ciò che mi stupisce è l’assoluta, abissale ignoranza che implicano queste affermazioni.

Capisco l’aver visto al massimo Parigi, capisco meno non avere mai aperto un libro, ma proprio non riesco a capacitarmi di come una persona possa essere tanto ottusa da non saper fare due più due. Silvia Romano non è andata alle Barbados per due settimane, è stata sequestrata nel terzo mondo per due anni. Due anni.

Le cose che vediamo noi.
…e lei.

Per Silvia Romano Notre Dame non ha preso fuoco, Renzi è ancora nel PD, Harry e Megan sono ancora duchi di Sussex e non hanno figli, Nadia Toffa è viva, deve ancora uscire l’ottava stagione di Game of Thrones, non ha mai sentito parlare del caso di Bibbiano, della Sea watch o di Carola Rackete.

La grafica di Facebook è cambiata.

Le cose che vediamo noi
…e lei.

Non ha mai sentito parlare del Covid-19, non sa del lockdown, dell’epidemia, dei morti a Bergamo, di bar e ristoranti chiusi. L’unica cosa scritta nella sua lingua, la sola cosa che poteva capire era un libro solo: un libro solo per due anni. Ci stupiamo se s’è convertita all’Islam? Se invece del Corano fosse stato Il Signore degli anelli adesso saprebbe parlare l’elfico e chiederebbe di essere portata a Gran Burrone.

Noi
Lei.

Immaginate di essere sequestrati all’estero.

Attorno non ci sono parenti, amici o gente che parla la nostra lingua. Non c’è il suono del traffico, o il chiacchierare della gente. Mangiamo riso e poco altro, ogni tre mesi facciamo marce da nove ore per andare in altri posti, tra altri sconosciuti che parlano una lingua aliena, pregano due volte al giorno in modo che non capiamo. Ogni giorno pensiamo che potrebbero ucciderci; passa una settimana, due, mesi, poi un anno, e nessuno viene a prenderci. Attorno c’è solo l’Africa della violenza, della povertà, delle armi dovunque, omicidi, sparatorie, esplosioni, lapidazioni, esecuzioni.

Bisogna essere idioti per pensare che una persona sottoposta a cose del genere rimanga uguale.

Se Silvia Romano fosse rimasta la stessa sarebbe morta o impazzita. Devi adattarti, aggrapparti al poco che hai, cambiare in base all’ambiente. È il principio dell’evoluzione, è la natura umana, è quello che ha permesso ai nostri di trovarla viva. Forse dopo qualche tempo che è qui Silvia cambierà di nuovo. Forse quello che ha vissuto l’ha segnata per sempre.

In ogni caso, nessuno di noi che ogni sera si può stravaccare sul divano, ordinare una pizza e farsi un cocktail ha il diritto di giudicare una storia simile.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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