Il dottor Morelli è riuscito nell’impossibile

Pubblicato il 25 Giugno 2020 alle 17:41 Autore: Nicolò Zuliani

Un paio di conversazioni casuali fanno indignare il web, ma ci regalano anche un bel ritratto che spesso è nascosto.

Il dottor Morelli è riuscito nell’impossibile

Trascrivo dalla trasmissione di RTL.

«L’aforisma di Francoise Sagan, una delle drammaturghe e scrittrici più importanti del ventesimo secolo, donna di straordinaria indipendenza in anni ’50 e ’60 in cui non era così semplice essere indipendenti e libere, anche sessualmente. Questo l’aforisma di ieri che ha scatenato l’inferno: “un vestito non ha senso a meno che non ispiri gli uomini a togliertelo di dosso“. Che cos’è successo, Massimo, quand’è uscito questo aforisma?»
«Una valanga di commenti, molti anche offensivi»

Risate.

«… Perché mi pare di aver capito che questo tweet sia stato preso come offensivo nei confronti delle donne.»

In studio c’è una sola donna presente.
Non apre bocca.

«No, anzi, io direi che se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso, deve preoccuparsi…» dice il dottor Morelli.

La donna presente si copre la faccia con la mano.

«… perché vuol dire che il suo femminile non è presente in primo piano. Vedi, tu puoi fare l’avvocato, il magistrato, puoi essere il conduttore radiofonico come voi, puoi ottenere tutti i successi che vuoi, tutti i soldi che vuoi, ma il femminile, in una donna, è la base su cui si siede il processo. Quindi prima di tutto sei il femminile. Il femminile è il luogo che suscita desiderio. Le donne lo sanno bene perché quando escono di casa e hanno addosso un vestito con cui non si sentono a loro agio tornano indietro a cambiarsi. Gli uomini non lo fanno perché noi uomini siamo più unilaterali…»

Risate.

«… non diamo così importanza alla forma. La donna è la signora, la regina della forma. E quindi la donna, quando mette un vestito, suscita, chiama il desiderio. Guai se non fosse così. […]Se gli uomini ti desiderano sarai un avvocato migliore, sarai un magistrato migliore, e così via.»

«Vale anche per i maschi, immagino» dice la donna, gelida.

«Per i maschi è un po’ diverso, perché mentre il femminile ha una larghezza molto ampia, capace di assumere tante forme […] nell’uomo invece la psicologia del sesso è unilaterale. L’uomo impara a far l’amore molto avanti negli anni, perché impara la tenerezza, la dolcezza, impara il piacere dell’altra, perché il femminile che in qualche modo è dentro ogni uomo non emerge subito.»
«Ti sei guadagnato molte simpatie, oggi, Raffaele, con il coraggio che ti contraddistingue.»

E dov’è, ‘sto coraggio?

Dire che una persona si misura solo in proporzione all’apprezzamento sessuale è coraggioso? Il monologo di Ricky Gervais ai Golden globe è coraggioso; avere come unico metro di misura le erezioni che qualcuno suscita è patetico, come quelli che nelle piccole terapie di gruppo chiamate bar sport/social sparano stron*ate estremiste per mostrare di essere Veri Duri che “non hanno peli sulla lingua”, che “dicono le cose come stanno”, che “non hanno paura di essere politicamente scorretti”.

Del resto anche dire che il successo di un uomo si misura solo in proporzione a quante donne gli sbavano dietro è patetico. Allora dovremmo avere Costantino Vitagliano su Forbes e George Clooney alla Casa bianca. Potremmo addirittura fare il contrario: sì, quella donna ha ucciso suo marito, ma è tanto bella. Sì, Putin fa uccidere i giornalisti, ma è un bell’uomo. Suona meglio?

Io non ci vedo coraggio, in ‘sta meraviglia di affermazione.

Vedo donne che chiedono di poter essere trattate da adulte e di essere indipendenti come siamo noi uomini. Certo, questo rende la seduzione molto più complessa: fino alla fine dei ’60 potevi essere brutto, cattivo, violento, bugiardo, traditore, inaffidabile, tossicodipendente, ma una donna ti si raccattava perché da sola non aveva alcuna possibilità di vivere.

Oggi la mancata certezza di superiorità psicologica, economica e – in alcuni casi – fisica porta gli uomini davanti a un bivio: o t’impegni a elevare e migliorare la tua persona, oppure le donne avranno la possibilità di farcela senza di te. Non sono più costrette a darla a dei miserabili o a tollerare soprusi pur di avere una vita.

La cosa peggiora quando la Murgia telefona al dottor Morelli.

«Che cosa intende, esattamente?» domanda lei, riferendosi a quanto detto dal professore nella trasmissione.
«Una donna femminile è la radice, no?» risponde lui.
«La radice di cosa?»
«Il femminile è presente nelle basi dell’essere già dagli albori, no?»
«Cioè è un dato ontologico?»
«Sì. Fin dagli albori le femmine giocano con le bambole e i maschietti…»
«I maschietti non giocano con le bambole?»
«No.»
«Magari se glie le diamo giocano anche con quelle.»

«Ma scusa, vuoi farmi domande cretine o vuoi fare delle domande intelligenti e capire?»

«Mi scusi, io le sto dando del lei, lei mi dia del lei» dice la Murgia «Sta parlando con una persona, non con una bambina.»
«Ascolta, se tu mi stai facendo delle domande…» ruggisce Morelli, alzando la voce.
«No, professore, guardi: io le do del lei, mi dà anche lei del lei.»
«… I codici del femminile sono codici antichi, antichissimi. Primordiali. E siccome il femminile è la base della crescita e dello sviluppo di ogni donna, se il femminile viene soffocato – come accade in molte patologie – una donna perde la possibilità di realizzare la sua pienezza, la sua identità. Questo non è che lo dico io, lo dice la psicanalisi di [antisignani?], solo che [incomprensibile] fosse molto ignorante, e lo dice la base di tutta la psicologia. Quindi una donna deve realizzarsi nella vita, può realizzarsi come crede, ma deve portare sempre con sé la femminilità. Se la femminilità…»
«Sempre la femminilità. Chiaro.»
«Stai zitta! Zitta e ascolta!»

Il professor Morelli è riuscito nell’impossibile compito di farmi parteggiare per la Murgia, anche se solo scrivere questa frase mi provoca l’epistassi. Non ho idea cosa provi una donna ascoltando questa roba; ma a proposito di radici e di codici primordiali, un uomo a 40 anni sa riconoscere certi tratti nei suoi simili. Li ha già incontrati nei bar, in discoteca, negli spogliatoi; dietro quella rabbia tenuta in gola a fatica che schizza fuori come vapore, la postura rigida, la scattosità nei movimenti, la frenesia nella pronuncia, il tono inutilmente autoritario… ecco, sappiamo riconoscere un uomo che ha paura, quando lo vediamo.

Eeee…

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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