Il prezzo della vittoria che non c’è nei libri di Storia

Pubblicato il 26 Giugno 2020 alle 19:10 Autore: Nicolò Zuliani

C’è qualcuno che non fa comodo vedere o raccontare, nella guerra vera e in quella raccontata.

Il prezzo della vittoria che non c’è nei libri di Storia

La campagna di Gallia è alla fine. Giulio Cesare ha stretto gli 80,000 galli e il loro capo supremo, Vercingetorige, dentro le mura di Alesia. È il 52 d.C., e il momento in cui si decide il destino dell’impero e della più grande potenza occidentale. Cesare ha con lui dieci legioni – alcuni dicono 11 – e stringe d’assedio il suo peggior nemico.

Vercingetorige è stato capace di fare quello che nessun altro capo dei Galli ha potuto: unire le mille fazioni, tribù e comunità contro un nemico comune. Deve solo aspettare che arrivi il gigantesco esercito di rinforzo che prenderà i romani a tenaglia e li schianterà con la superiorità numerica. Ma serve tempo, e soprattutto, viveri.

Nell’antichità buona parte degli assedi si risolveva senza un colpo, perché le città esaurivano in fretta le scorte e si arrendevano.

Alesia non fa eccezione.

Oltre a dover procurare pasti per 80,000 uomini, Vercingetorige deve anche sfamare vecchi, donne, bambini, malati e feriti presenti ad Alesia. Non ha i mezzi per farlo; non possono uscire a cacciare né raccogliere frutti o verdure, solo intaccare le scorte. Non è difficile: è impossibile. La situazione è talmente critica che uno dei suoi ufficiali, Critogenato, propone il cannibalismo. Vercingetorige rifiuta e decide di espellere dalla città chiunque non sia in grado di maneggiare un’arma.

I romani vedono le porte aprirsi e un fiume di affamati che va incontro alle loro palizzate.

Ma Cesare non può mostrare clemenza agli occhi dei Galli. Non li può far passare perché a livello psicologico i guerrieri assediati saprebbero le loro famiglie al sicuro. Non può nemmeno sfamarli, fa già fatica a trovare cibo per le sue legioni. Allora i disperati cercano di tornare alle loro case, ma le porte non si aprono. Nei mesi successivi muoiono tutti di fame, chi supplicando i romani, chi i galli, per un singolo tozzo di pane che nessuno dei due può permettersi di dargli.

Li guardano morire sotto le loro fortificazioni.

Quando in ottobre Vercingetorige si arrende, indossa la sua armatura e le sue armi migliori. Esce dalla porta principale a cavallo, attraversa i cadaveri dei civili morti di stenti e a mani alzate si fa largo tra i romani fino ad arrivare al cospetto del comandante. Gli gira attorno un paio di volte, poi scende da cavallo, gli getta le armi ai piedi e gli si siede davanti finché i legionari lo portano via. Alcuni dicono si siano guardati e basta. Altri che Vercingetorige abbia detto

“Tieni, hai sconfitto un uomo valoroso, tu che sei valorosissimo”.

È difficile per un civile immaginare una situazione del genere, oggi come 2000 anni fa. Ma ogni volta che si parla di guerra, ogni volta che vediamo film o videogiochi, la parte dei civili viene sempre occultata. Eppure il prezzo più alto lo pagano loro, per poi meritare di rado un monumento e quasi mai una medaglia. Sono danni collaterali poco epici, dettagli da piallare dalla retorica. Ma ci sono sempre stati, tra catapulte e droni.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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