1925: gli USA vogliono un film, Mussolini i soldi, gli italiani far casino

Pubblicato il 26 Agosto 2020 alle 18:37
Aggiornato il: 1 Settembre 2020 alle 08:48
Autore: Nicolò Zuliani

Su carta sembrava una buona idea, ma c’è un motivo se in Italia non si può mai fare niente. Gli americani lo scoprirono nel 1922.

1925: gli USA vogliono un film, Mussolini i soldi, gli italiani far casino

Ben Hur era partito da un romanzo di Wallace ed era diventato un film nel 1907, con tutti i limiti dell’epoca. Era andato bene, e negli studios hollywoodiani girava l’idea del remake. La negoziazione iniziò nel 1919 e dopo il solito scannarsi su chi e come, i diritti vennero acquistati dalla Metro Goldwyn-Meyer nel 1922 per un milione di dollari.

La voce si sparse in fretta: avrebbero fatto qualcosa di enorme, mai visto prima su schermo. Per aumentare l’epica e il realismo – ma soprattutto per ridurre i costi – in produzione decisero di girare il film in Italia. Da noi era appena salito al potere Mussolini, che appena ricevuta notizia si esaltò.

Secondo lui, dopotutto, “la cinematografia era l’arma più potente”.

Gli americani sbarcano ad agosto, e scoprono un orrore burocratico che necessiterà un anno intero. Durante la costruzione dei set (avevano deciso di ricostruire il Circo Massimo e la Porta di Giaffa in gesso e cartapesta) vengono tempestati di scioperi. Il tempo stimato iniziale era sette settimane, ma dopo sette mesi non è ancora stato fatto quasi niente.

Merito di Mussolini, perché più tempo passa e più stipendi riesce a spremere, quindi consensi. Aveva quindi diviso carpentieri e falegnami in squadre, così da farle scioperare a turno. Alla fine durante gli scavi trovano una catacomba piena di reperti storici; di nuovo tutto fermo in attesa dell’ente apposito, che quando si degna di mandare qualche esperto non ci trova più niente.

È stato tutto saccheggiato, perciò ora la catacomba è ancora bloccata, ma dai sigilli della polizia.

Spostano le riprese ad Anzio.

Qui Charles Brabin tenta di girare la scena della battaglia navale, ma anche lì ci sono scioperi. Dopo estenuanti trattative vengono costruite tre triremi nei minimi dettagli, mentre le altre navi son solo sagome montate su zattere. Purtroppo ci si mettono di mezzo i pescatori che vogliono curiosare e s’infilano nelle riprese rovinando chilometri di bobina.

Allora la produzione crea una task force di motoscafi con interpreti per cacciarli, ma da un lato i pescatori s’impuntano dicendo che “io vado dove mi pare”, dall’altro chiedono soldi per andarsene, dall’altro anche i motoscafi attirano curiosi che vogliono assistere alle litigate. Mentre succede tutto questo arriva la capitaneria di porto, che non vuole restare fuori dalla mischia.

Dichiarano le navi triremi non a norma; devono essere modificate in porto per essere trasformate e rese idonee alla navigazione, ma non appena succede la capitaneria di porto è lapidaria: ora che sono a norma si possono utilizzare solo all’ancora. Brabin fa un mezzo esaurimento nervoso e viene sostituito da Fred Niblo, che capisce di essere finito in una grande truffa; smonta tutto e trasferisce il set a Livorno.

Qui le cose sono più semplici, in teoria, ma servono comparse. Gli italiani si presentano ai provini in massa e gli viene fatta una sola domanda:

“sai nuotare sì/no”

Il problema è che buona parte dei candidati è disoccupato, quindi per non farsi scartare mentono. A questo si aggiunge che all’epoca la situazione sociale era esplosiva. La notte prima di girare la battaglia, Niblo perlustra il set e sotto una coperta trova spade vere, affilate e con la punta. Gli interpreti incaricati al casting hanno diviso apposta le comparse mettendo i vestiti da romani ai fascisti e quelli da pirati agli antifascisti, in modo da scatenare incidenti – e risarcimenti.

È troppo tardi per rifare tutto, anche perché l’anziano attore che interpreta Quintus, a furia di farsi pagare per non fare niente e bighellonare per i bar, è diventato alcolizzato.

Recita solo dopo uno shot di brandy e tre ceffoni.

“Aò questo me continua a chiede brendi, chi è brendi?”

Il mattino dopo – e le riprese lo testimoniano – in quella battaglia navale non c’è niente di finto. Niente. Mentre gli italiani si massacrano di botte, l’incendio previsto dal copione va fuori controllo a causa del vento e divora un’intera triremi. Le comparse si buttano a mare e affogano mentre gli assistenti supplicano Niblo di interrompere le riprese, ma non si può. Non ci sono più soldi per ricostruire le barche.

Se si interrompe, il film non si fa.

Qui le fonti si dividono: a fine giornata mancano all’appello tre comparse, ma il giorno dopo si presentano a ritirare la paga ancora vestiti da legionari dicendo di essere stati tratti in salvo dai pescatori. Altri dicono che ci furono molti più morti, ma quelli della produzione passarono la notte in mare aspettando i cadaveri venissero a galla per zavorrarli con delle catene. La cosa verrebbe confermata dal fatto che alla fine mancavano moltissimi costumi dal guardaroba.

Ma manca il gran finale.

“I still want brandy”

La corsa delle bighe è una carneficina economica e animale. I cavalli inciampano, si feriscono, e il solo rimedio conosciuto dagli americani è giustiziarli sul posto. Ne assassinano a decine, ognuno dei quali ha un costo altissimo. Uno stuntman fa un incidente e rimane ucciso sotto la biga, ma sono così a corto di tempi che tengono l’incidente su pellicola. L’attore che interpreta Navarro quasi ci resta secco anche lui. Le riprese degli spalti devono essere rifatte di continuo vuoi per gli scioperi, vuoi perché alcuni svengono per il caldo, vuoi perché altri decidono di fare ciao con la manina o gesti osceni.

Quando nel 1925 esce “il film che ogni cristiano dovrebbe vedere”, Mussolini scopre che il protagonista non è Messala, ma Ben Hur. Un ebreo schiavo.

Possibile espressione del DVCIE al trapasso di Messala

Il fatto che il film si chiamasse “Ben Hur” non deve aver suggerito niente allo scaltro dittatore, che censura il film e tutt’oggi, in Italia, si conosce solo il secondo remake del 1959.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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