Pensione di invalidità: ecco quando l’Inps la toglie ai percettori

Pubblicato il 11 Marzo 2021 alle 11:46 Autore: Claudio Garau
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Pensione di invalidità: ecco quando l’Inps la toglie ai percettori

E’ importante sapere quando l’Istituto di previdenza può far venir meno il diritto a percepire la pensione di invalidità civile. Esistono infatti ben 3 casi distinti, per i quali si perde il beneficio in oggetto. Qui di seguito vogliamo vedere da vicino proprio questi 3 casi, cercando di capire entro quali circostanze e limiti l’Inps può intervenire. Facciamo chiarezza.

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Pensione di invalidità civile: il contesto di riferimento

In effetti, il tema delle pensioni comporta il rischio di fare confusione, tanto da sbagliarsi facilmente e confondere tra pensione di invalidità civile, pensione di inabilita, pensione per sordomuti e ciechi, pensione di accompagnamento, e così via. Non deve stupire insomma che le prestazioni pensionistiche siano tantissime e differenti tra loro.

In particolare, con il termine “pensione di invalidità”, il legislatore fa riferimento ad un insieme di prestazioni. La pensione di invalidità non attiene soltanto all’assegno ordinario di invalidità di cui alla legge n. 222 del 1984, ma è possibile inserirvi anche:

  • la pensione di invalidità civile (versata a chi ha una invalidità tra il 74% e il 99%);
  • la pensione di inabilità (versata agli invalidi civili totali);
  • l’indennità di frequenza (diretta agli under 18 che hanno problemi nell’inserimento scolastico e sociale);
  • l’indennità di accompagnamento (mirata ai soggetti non autosufficienti poichè affetti da gravi minorazioni fisiche o psichiche).

Focalizzandoci sull’assegno ordinario di invalidità, che qui più interessa, ricordiamo che detta prestazione è regolata dalla legge n. 222 del 1984 ed è una prestazione Inps versata a coloro i quali hanno una certa riduzione della capacità lavorativa.

Requisiti e destinatari della prestazione

L’art. 1 della normativa appena citata stabilisce che: “Si considera invalido, ai fini del conseguimento del diritto ad assegno nell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti ed autonomi gestita dall’Istituto nazionale della previdenza sociale, l’assicurato la cui capacità di lavoro, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente a causa di infermità o difetto fisico o mentale a meno di un terzo“.

Ricordiamo altresì che per poter incassare la pensione di invalidità, oltre al citato requisito della riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo, occorre avere:

  • almeno 5 anni di contributi previdenziali, ossia 260 contributi settimanali);
  • almeno 3 anni di contributi versati negli ultimi 5 anni, ossia 156 contributi settimanali.

Inoltre, va rimarcato che possono accedere alla pensione di invalidità i lavoratori subordinati, gli autonomi ed i parasubordinati. Sono per legge invece esclusi coloro che lavorano nell’ambito del pubblico impiego.

In quali casi l’Inps può togliere la pensione?

A questo punto, dopo aver richiamato i tratti essenziali della ‘pensione di invalidità’, vediamo in quali specifiche circostanze l’Inps può intervenire, facendo venire meno il diritto al trattamento in questione.

Ebbene, è noto che quando una Commissione legale INPS ad hoc certifica la condizione di inabilità, il contribuente matura il diritto ad incassare sostegni di vario tipo. Si tratta di misure economiche e assistenziali, finalizzate a aiutare economicamente la persona che giornalmente lotta contro le limitazioni della patologia cronica. Ma appunto il diritto alla pensione di invalidità sussiste se ricorrono altresì precarie condizioni economiche.

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Vi sono insomma limiti di reddito per poter richiedere la pensione di invalidità civile. Di seguito, ecco dunque i 3 casi nei quali l’INPS può togliere la pensione di invalidità civile ai percettori. Vediamo quali sono:

  • mutamento delle condizioni di totale inabilità al lavoro: in base all’art. 9 del d. lgs. n. 222 del 1984, l’Inps può compiere nel tempo varie visite per controllare l’effettivo stato di salute e svolgere dunque l’accertamento sanitario di competenza. In buona sostanza, il percettore della pensione di invalidità può subire nuovi controlli finalizzati a capire se vi è permanenza o aggravamento della condizione di salute. Va da sè che il diritto al trattamento si perde, se medici legali INPS riscontrano il venir meno delle condizioni di totale inabilità lavorativa;
  • superamento del limite reddituale: il d. lgs. n. 76 del 2013 precisa che non concorrono alla determinazione della fascia reddituale di appartenenza i redditi che eventualmente percepiscono altri familiari dell’invalido. Ciò che rileva, ai fini del superamento o meno del limite reddituale è il reddito personale, che nel 2021 non deve oltrepassare i 16.982,49 euro. In buona sostanza, la valutazione della soglia di reddito limite per il diritto a pensione deve essere compiuta nei confronti del solo invalido beneficiario del trattamento economico, senza tener conto del coniuge o degli altri familiari. Ciò è stato anche confermato dalla Corte di Cassazione;
  • trasferimento all’estero del soggetto invalido: per legge, il diritto alla pensione di invalidità, permane soltanto se il percettore continua ad avere la residenza sul suolo nazionale. Ecco dunque chi parte e si trasferisce in un paese straniero, non può al contempo conservare il diritto al trattamento pensionistico in oggetto.

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L'autore: Claudio Garau

Laureato in Legge presso l'Università degli Studi di Genova e con un background nel settore legale di vari enti e realtà locali. Ha altresì conseguito la qualifica di conciliatore civile. Esperto di tematiche giuridiche legate all'attualità, cura l'area Diritto per Termometro Politico.
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