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pubblicato: venerdì, 17 agosto, 2012

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Le aste dei balneari e il vincolo corporativo del sistema Italia

Le aste dei balneari e il vincolo corporativo del sistema Italia

 

“Manca un ragionamento su quale sia il sistema ottimale della balneazione. Certamente quello attuale a gestione familiare ha consentito lo sviluppo dell’attività turistica, ma non per questo vuol dire che questo sia il modo migliore o l’unico per farlo”. Firmato Istituto Bruno Leoni? No, Cgil segreteria della Versilia.

[ad]Sono argomentazioni principalmente sindacali quelle della più grande confederazione italiana di lavoratori. La polemica contro i titolari delle concessioni degli stabilimenti marittimi si esercita soprattutto sui lati oscuri, fuorilegge della tranquilla gestione familiare del turismo. “In alcuni bagni registriamo forme di lavoro grigio, nero, bagnini pagati in forma forfettaria ed uno scarso rispetto delle regole sull’orario di lavoro” continua nella sua nota, riportata dalla stampa locale, di Massimiliano Bindocci segretario della Filcams.

A ben vedere il discorso cigiellino non si fa al solito alfiere del libero mercato, ma a differenza dei parlamentari eletti in questa terra – dal Pd alla Lega Nord quasi tutti schierati in favore dei balneari – smonta il mito dell’eticità dell’azienda a conduzione familiare.

Lungi dall’aver conquistato posizione di mercato al suono dell’offerta più vantaggiosa la balneazione familiare è stata viziata dalla legislazione italiana, la quale prevede per gli esercenti delle spiagge italiane un rinnovo automatico delle concessioni con una durata variabile fra i 6 e i 10 anni.

Un modo migliore per tenere al riparo dalla libera concorrenza sarebbe stato difficile da immaginare. A tutto beneficio dei gestori, a tutto detrimento una volta ancora degli interessi dei consumatori.
Potendo contare su una complicità politica pressoché bipartisan la balneazione ha cancellato in realtà il puro e semplice rischio d’impresa più che le difficoltà della competizione spietata

Fino a quando da Bruxelles non sono cominciati a spirare i venti liberalizzatori di Fritz Bolkestein, commissario al mercato interno della Commissione Europea presieduta da Romano Prodi. Era il 2002 e una ventata potente di mercato sembra poter penetrare fin negli antri più corporativi del Belpaese.

Fu soltanto un’illusione. In fase di dibattito la direttiva del commissario olandese venne amputata chirurgicamente facendo venir meno il principio del paese d’origine: i prestatori di servizi avrebbero lavorato in tutta l’Unione applicando le regole retributive e occupazionali del proprio Stato. Per la collettività questo avrebbe significato risparmiare molto sulla riparazione della lavatrice come sull’assistenza tecnica per il proprio computer. Ma fu l’incubo di perdere i nostri idraulici e le loro esose tariffe a fare alzare un coro di dinieghi di governi e parlamenti in Europa. Lo spauracchio era l’arrivo dell’idraulico polacco, che avrebbe fatto e vinto facilmente la concorrenza coi nostri virgulti fontanieri.
Cassata la liberalizzazione in versione Big Bang è stato conservato l’obbligo per gli stabilimenti balneari di fare delle aste, tranciando quella linea protettiva che durava da almeno mezzo secolo.
E che continua ad andare avanti, nonostante nel 2009 il Parlamento italiano abbia recepito la Bolkestein. E’ iniziata la stagione dei rinvii, di anno in anno. I balneari hanno fatto loro lo slogan “No alle aste, sì alla deroga” nella convinzione, ben suffragata dalla storia repubblicana, che un privilegio temporaneo possa trasformarsi in una garanzia permanente.

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