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pubblicato: martedì, 8 giugno, 2010

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Il ddl intercettazioni e le conseguenze del bicameralismo perfetto

In certi casi la navetta può essere il peggior nemico di un governo.

E non ci riferiamo, col termine navetta, all’ormai soppresso ministero della marina che, con la sua imponente sede sul lungotevere Flaminio, porta sempre ad una seria riflessione sugli organismi governativi, amministrativi e sui loro rapporti.

Ma ci si riferisce al passaggio perenne e continuo, se una legge continua a subire modifiche, tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica.

Bicameralismo perfetto, un unicum nella storia europea. Voluto comprensibilmente dai padri costituenti che, nel rafforzare il Parlamento e la sua “camera di compensazione senatoriale”, vollero allontanare il più possibile lo spettro dell’”uomo solo al comando” che tanti danni aveva causato nel ventennio e nel corso della seconda guerra mondiale

“L’uomo solo al comando” che non differisce eccessivamente dall’enfasi con cui spesso si parla di “governo del fare” e basterebbe vedere gran parte della propaganda berlusconiana per comprendere cosa spinge, qualche internauta, ad accostare a Berlusconi l’aureola di novello satrapo neo-comunista.

Fatto sta’ che lo scrupolo dei costituenti, più che giustificato, è stato spesso accusato di aver prodotto un sistema legislativo farraginoso e meno celere di quello degli altri partner europei. Appunto per questo sin dagli anni’80 si è discusso di riforma dell’assetto dello stato per rivedere quegli articoli della Costituzione ed adattarli alla nuova realtà dei fatti che ci vede in un mondo sempre più interdipendente e globalizzato. E quindi sempre più soggetti a decisioni che richiedono una certa velocità.

Se escludiamo le varie commissioni che si sono occupate di presunte riforme dello stato (la commissione presieduta da Aldo Bozzi, ma anche quella di Nilde Jotti e Ciriaco De Mita per non parlare della bicamerale capeggiata da D’Alema) nessun governo è riuscito a mutare la Costituzione nelle sue parti inerenti al ruolo e alle funzioni del governo e le uniche riforme del sistema politico sono dovute (se escludiamo la riforma del titolo V° per le regioni) a mere scelte politiche che hanno portato anche ad una riforma del sistema elettorale, ovviamente per legge ordinaria (come mi disse un giorno un noto esponente politico: “I paesi che hanno la legge elettorale all’interno della propria Costituzione si sono scordati di inserire, sempre nella Carta Fondamentale, il proprio inno nazionale”).

Berlusconi è dunque “vittima” di questo sistema e ciò ci dimostra sia come il bicameralismo perfetto oggi come oggi forse sia un po’ anacronistico, sia però come i costituenti ben avevano compreso i rischi di chi si faceva promotore di un’eccessiva razionalizzazione degli iter legislativi.

Un esempio su tutti di questa forma di “vittimismo” che attanaglia il Cavaliere è il ddl intercettazioni, definito da alcuni come “legge bavaglio”.

In questa sede non si vuole tanto arrivare ad un’analisi dei contenuti del ddl, già abbastanza denunciati ed attaccati dagli organi di stampa di ogni area politica, ma del suo processo istituzionale, paradigma dell’esistenza di determinati pesi e contrappesi nella Repubblica Italiana.

E quindi si parte dall’estate del 2009  in cui si propone una legge sulle intercettazioni.

Finché in maniera informale il Guardasigilli Alfano viene richiamato al Colle dove degli esperti giuridici presidenziali avevano evidenziato dei forti caratteri d’incostituzionalità della norma.

Sono passato 11 mesi da quella visita di Alfano al Quirinale ed ancora non si conclusa la querelle legata al noto ddl.

La norma infatti non solo viene accusata da gran parte della stampa e dell’opinione pubblica (in questo senso il ruolo del “quarto potere” ben evidenzia la necessità di un sistema di pesi e contrappesi) ma anche le neo-costituita corrente finiana interna al Pdl si dimostra scettica sulla legge. Ed insieme ad essa, oltre ovviamente all’opposizione tutta, anche i funzionari di polizia, i magistrati e gli editori si scagliano contro la norma.

Per far fronte a tutto ciò il prode relatore Roberto Centaro ha dovuto fare numerosi passi indietro: via la norma transitoria, che estendeva gli effetti della legge anche ai casi passati, via i 75 giorni di tempo massimo di indagine, via la mannaia contro la stampa che pubblica atti processuali e via dicendo. Tutto ciò con conseguenze prevedibili: sedute notturne in commissione giustizia e rischi di triple e quadruple letture a Montecitorio o a Palazzo Madama.

I rilievi di Fini (che sono gli stessi del Quirinale) sortiscono in parte l’effetto sperato: la norma transitoria viene stralciata anche se, per quanto concerne i 75 giorni, lo stesso Quirinale ha sottolineato più volte, in maniera informale ovviamente, come la proroga di 48 ore in 48 ore sia fortemente incostituzionale. E, per i magistrati, tecnicamente una follia.

E così mentre l’opposizione sottolinea come ogni ripensamento governativo sia una sua parziale vittoria, il tentennamento della maggioranza continua e la mannaia nei confronti della stampa permane e si aggrava.

E soprattutto il Cavaliere, paladino della tutela della privacy e della riservatezza delle oniriche discussioni alla cornetta, allarmato da qualche sondaggio non esita a dichiarare ai suoi fedelissimi che “si sta’ facendo un macello. Questa legge non è come la volevo io e questo tira e molla ci sta’ rendendo ridicoli ed impopolari. Meglio stralciarla se la si modifica troppo”.

All’Ufficio di presidenza del Pdl, che ha vagliato il contenuto del ddl, il presidente Berlusconi si è astenuto.

Solidarietà a Berlusconi, vittima della democrazia.

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