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pubblicato: martedì, 4 ottobre, 2011

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La Libertà di predicare nel deserto

Probabilmente nessuno ricorda o ha avuto notizia negli ultimi anni di arresti di esponenti repubblicani in Spagna, Inghilterra o altre monarchie europee. E neanche di pronunciamenti di esponenti delle istituzioni e dei governi di questi Paesi contro l’attività di questi movimenti. Eppure questi movimenti repubblicani esistono, sono minoritari ma vivi, in qualche caso, come in Spagna, sono esplicitamente presenti in partiti politici o rassemblement di partiti, solitamente di sinistra. Eppure non risulta nelle Costituzioni di questi Paesi la possibilità di cambiare l’istituto monarchico con qualche strumento, cionondimeno se ne può parlare, si può invocare la repubblica. La Spagna, come l’Inghilterra, è anche un Paese in cui si può parlare liberamente di indipendentismo, del resto.
Solo in Italia abbiamo un Capo dello Stato che ha pensato fosse normale minacciare un partito al governo perchè questo aveva, goffamente certo, e solo a parole del resto, nominato la secessione di una parte peraltro non ben definita del Paese. Ricordando l’arresto di Finocchiaro Aprile, che però avvenne in un’epoca in cui la nostra democrazia, appena appena uscita traumaticamente dal fascismo, era in fasce, come del resto le istituzioni e si viveva nel terrore continuo di nuove destabilizzazioni, da qualunque parte provenissero, e di conseguenza i diritti di pensiero e parola venivano in secondo piano.
La pochezza qualitativa di una dirigenza leghista, in fondo in ambasce per la situazione politica attuale, ha impedito una reazione ragionata e alta al sopruso presidenziale, anche perchè le uscite di Bossi non erano un progetto concreto per i prossimi anni, ma solo un modo di inserirsi nel teatrino quotidiano della politica. Tuttavia, come l’ideale federalista e indipendentista, se c’è, deve prescindere dalle qualità di chi in un certo momento lo propugna, così non per questo si può far passare in cavalleria l’onta alla libertà di pensiero e parole insita nell’esternazione di Napolitano.
Innanzitutto deve essere chiaro che non è l’esistenza o meno di un popolo o di una nazione a formare uno Stato. Questa è una visione romantica e nazionalista che del resto tanti lutti ha già dato all’Europa. Non ha alcuna importanza se un popolo padano esista o meno, perchè del resto ci sono Stati formati da tanti popoli e popoli divisi in molti Stati.
Il punto centrale è che vi deve essere il sacrosanto diritto di un gruppo di persone, o al limite di una sola persona, di desiderare e propagandare il desidero di indipendenza di un dato territorio, in ogni parte del mondo. Posto che questo desiderio non violi alcun fondamentale diritto umano e di libertà, e non si vede come potrebbe, se il desiderio sarà fondato o meno sarà solo la popolazione stessa a dirlo, non veti pre-esistenti, non articoli di legge o di Costituzione, che per quanto blindati non potranno mai venire prima dei diritti naturali delle persone alla libertà di espressione fino a quando non siano lesi i diritti altrui.
Si possono naturalmente pensare modalità di garanzia come la richiesta di maggioranze qualificate dei due terzi sia nelle assemblee elettive locali sia tra la popolazione con diritto di voto (non gli elettori, diverso) a distanza di tempo, ma in alcun modo in un Paese occidentale democratico potrà essere vietato a prescindere un atto che non sia un vulnus ai diritti fondamentali dell’uomo, e l’unità di un Paese, sia chiaro, non è garanzia di rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona che vi abita e una sua divisione non è in alcun modo definibile come una conculcazione di tali diritti.
Dovrebbe essere chiaro in un Paese come il nostro, senza una vera tradizione liberale, e in cui si è diffuso il vezzo di invocare l’”incostituzionalità” di ogni legge o proposta di legge che non piaccia, si dovrebbe imparare a distinguere tra ciò cui si è contrari ma deve essere considerato legittimo e ciò che invece è incostituzionale, e tale, in uno Stato non etico, possono essere soltanto pochissime gravissime violazione di quei diritti sanciti nel 1945 a New York nella Dichiarazione universale dei diritti umani.

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